La vera libertà
Cari lettori, ah…mala tempora currunt per i deboli di carattere!
Lasciatemelo dire, ma…prima qualcosa sul nostro rapporto!
Parrebbe che i vostri commenti positivi a questo blog, giunti via mail o via WhatsApp, abbiano avuto il potere di incitarmi a sedermi di nuovo a questo tavolo di scrittura.
È curioso come la vita insegni che si debba essere presenti là dove vi è un desiderio reciproco di esserci.
L’interdipendenza, lungi dall’essere un difetto, si rivela invece una prova deliziosa: quando due parti si cercano, nulla è più elegante che rispondere all’appello.
E così, dopo le mie ore di meditazione e preghiera, eccomi qui con voi. I miei risvegli avvengono prima dell’alba, intorno alle 4:30, in un silenzio che sarebbe letale per i mondani, ma fertile per l’anima.
Mi dedico all’esegesi del Rabbino Laitman sui testi di Rabash e di Baal Ha-Sullam, poi mi abbandono alla lettura del Vangelo e alla dolce recita del Rosario.
Molti si stupiscono che io sia distante dal mondo olistico di impronta indiana, sebbene abbia curiosato tra i templi buddhisti e gli incensi d’Oriente.
Ma le nostre guide non si scelgono: sono loro che ci chiamano, e io non ho fatto altro che rispondere al richiamo interiore. Pertanto, miei cari, non mi troverete a dibattere con ardore sulle religioni, né a confrontarmi con chi desidera vincere dispute intellettuali. Non scrivetemi per propormi questo o quest’altro o per inutili confronti intellettuali o psicologici. Non ho più tempo nè voglia di perdere il mio ascolto e la mia attenzione su questo tipo di conversazioni.
Ognuno ha il sacrosanto dovere di incarnare ciò che è, senza imporre agli altri la propria forma di spiritualità.
Eppure – lo insegna la storia, persino quella più oscura dell’Olocausto – il silenzio non è un lusso che ci sia concesso. Gli ambienti religiosi o esoterici che scelgono di restare chiusi, senza divulgare, rischiano inevitabilmente di attirare forze annientatrici intorno a sé. Trattenere la propria voce genera nemici che, prima o poi, costringono a mostrarsi alla luce. Siamo costretti a “estrovertirci”.
È vero: la divulgazione delle religioni e dei poteri terreni, nei secoli, è stata spesso accompagnata dalla violenza. Ma ciò che difetta all’essere umano non è tanto la capacità di dire o di fare, quanto quella di attendere. E questa è una dote del carattere e non delle abilità o dei soldi che si possiedono.
E così, quando questo povero essere umano desidera portare se stesso nel mondo, lo fa spesso con urgenza, con prepotenza e – ahimè – con quella goffa violenza che nulla ha di nobile. Ma, miei cari, questa storia deve pur avere una fine.
Io credo che nel cuore di ogni donna vi sia custodito un piccolo tesoro: il buon senso e la coscienza necessari a temperare questo atteggiamento. Non si può divulgare senza educare ed educare, infatti, non significa imporre regole dall’alto, bensì creare una relazione.
E, in ogni relazione, colui che educa è tale soltanto perché dall’altra parte vi è chi desidera essere educato. Questo, e non altro, sancisce il contratto invisibile che permette lo scambio.
Chi educa deve allora ricordare l’antico e nobilissimo motto noblesse oblige: la responsabilità non si accompagna mai all’arroganza, né alla forza. Chi educa non è un sovrano che impone, ma un servitore di forze più grandi, al servizio dell’evoluzione. Le soluzioni discendono dalla relazione e non dalla mente o dalla volontà di uno dei due. Ecco perché divulgazione ed educazione restano due delle conquiste più preziose dell’umanità.
Nonostante ogni giorno mi ritrovi a percepire nell’aria quelle presunzioni di chi si compiace della propria libertà di dire e di fare, esibendo un’inventata sovranità di cui si vantano senza mai aver provato, nemmeno per un solo giorno, a sabotare le proprie abitudini mentali, io continuo a pensare che le persone davvero libere siano, senza dubbio, quelle che hanno saputo abbracciare i ruoli e le responsabilità. Non chi si è messo la corona da solo…eh eh. Quello non è un ruolo e preferisco non dire cosa penso di certe persone! Ma mi riferisco a chi ha risposto a una chiamata.
Quella libertà di cui tanti si riempiono la bocca, senza la minima idea di cosa significhi davvero esser liberi, si rivela invece una prova deliziosa: quando due parti si cercano, nulla è più elegante che rispondere all’appello. E qualcosa, nel mezzo di noi, insiste perché ce ne prendiamo cura: come madri attorno a un bambino, uomini o donne che si sia, così si crea un campo nuovo, un intreccio di anime connesse, vigili e attive dal punto di vista spirituale. E, tra noi, lasciatemi aggiungere, pochi sospettano quanto piacere possa derivare dal prendersi cura… senza mai farlo sapere troppo apertamente.
Divulgare, dunque, resta un atto tanto delicato quanto inevitabile. Necessario, poiché tacere significa rischiare la propria stessa incolumità. Pericoloso, perché ogni pensiero – nel mondo esoterico – è già un’azione, e basta concepirlo per scatenare un conflitto.
Così è, miei cari. Non è affatto facile essere umani.
Eppure, tra noi, lasciate che vi confidi un piccolo segreto: la verità assoluta raramente possiede il fascino di un segreto ben sussurrato. È il brivido del “non detto”, il guizzo malizioso con cui certe parole scivolano tra le pieghe della conversazione, a smuovere i cuori e – più spesso di quanto si ammetta – a governare le sorti del mondo. Perché, diciamocelo, chi potrebbe mai resistere al piacere sottile di un segreto condiviso con grazia?
Vostra devota osservatrice, Monia Dell’Aquila.
Foto di MART PRODUCTION: https://www.pexels.com/it-it/foto/donna-casa-felice-contento-7491088/