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Conquistare la preghiera giusta

Miei amatissimi lettori e anime in cammino,
mentre Gennaio si esprime in questi ultimi giorni di freddo e di sentimento invernale, mi accorgo che, anche come vostra amata scompigliatrice, sto per attraversare un’ennesima trasformazione, che mi aprirà le porte a qualche altro strano mondo in cui andare a porre presenza.


I segnali di questo cambiamento sono tanti, ma uno, tra tutti, è che, come Iside nella sua “restitutio ad integrum” la vostra strana compagna di viaggio, in questi mesi, è riuscita a raccogliere tutte le sue aspirazioni e i bisogni, sparsi qua e là, tra passato e futuro, tra bene e male, in un unico desiderio, un’unica intenzione, una forte e chiara ispirazione.


Devo soltanto sistemare qualche piccolo pensiero disturbante che ancora fa capolino nel processo creativo, ma direi sicuramente che… “qualcosa è cambiato”, citando un vecchio film con Jack Nicholson.


Ogni essere umano nasce con una piccola parte di un’anima più grande, che originariamente era unita. Questa unità si è frantumata e, ora, ogni persona porta con sé un frammento preciso da correggere.
Non dobbiamo “salvare il mondo” né diventare qualcun altro: il nostro compito è correggere solo ciò che ci appartiene.


La reincarnazione o la ripetizione dei copioni non è una punizione, ma un meccanismo di completamento: l’anima ritorna finché non ha imparato a trasformare il suo modo di vivere da “ricevo per me” a “ricevo per donare”. Quando quella trasformazione è avvenuta, non c’è più bisogno di tornare.
Nessuno nasce già “giusto” o “sbagliato”: la cosa decisiva è la scelta.


La crescita spirituale non è automatica né regalata: l’aiuto dall’alto arriva solo quando una persona fa uno sforzo reale per cambiare direzione interiore.


Il punto centrale è questo: l’essere umano diventa veramente “umano” quando nasce in lui una terza posizione, una zona di libertà interiore, dove non è più schiavo né del proprio ego né di un’autorità esterna (nemmeno divina).
Da lì può scegliere consapevolmente di somigliare al pricipio creatore, alla divinità, cioè di donare, amare, includere. Non con il suo sforzo fisico, ma attraversato dalla Luce, energia creativa cosmica.


La sofferenza, i blocchi, le crisi e persino le vite che sembrano “andare a vuoto” servono a creare uno spazio di indipendenza: senza quel vuoto non esisterebbe una scelta autentica.
I “giusti” non sono persone perfette nate così, ma persone che si assumono il lavoro interiore. Attraverso loro passa un’energia che mantiene il mondo vivo. Se nessuno facesse questo lavoro, il sistema resterebbe “in stand-by”.


A questo punto, come dicevo nell’ultimo articolo del blog, quando i nostri desideri sono allineati e veri, e non solo il frutto di sofferenze o tribolazioni, non resta che attendere il fiorire della primavera e la germinazione spirituale. Sto parlando, naturalmente, ancora, di manifestazione.


Tornando a qualcosa che riguarda la persona alla fine di questa penna, cioè io, in questo lavoro spirituale iniziato a Luglio, su un tema che mi stava molto a cuore e che ovviamente tengo segreto, finalmente mi è concesso di scrollarmi di dosso quel vestito stretto, cucito a forza per troppo tempo — un abito che ho portato con tutta la pazienza del mondo, solo per non turbare la grazia divina.


La divinità, quella stramba presenza del “Tutto cosmico” che ci fa continuamente scherzi di ogni tipo, e che si manifesta nell’ambiente che ci circonda, si è fatta avanti con il sorriso o con la mazzata, a seconda delle memorie più o meno fastidiose che erano rimaste incastrate nel mio campo energetico.

E indovinate un po’? Ha avuto tutto il diritto di farsi vedere, bella o brutta che sia.
Io, povera mortale che ho ricevuto questi, chiamiamoli: “doni” — alcuni più piacevoli, altri da vomito o da disperazione — sono stata chiamata al dovere di mettere insieme, mattoncino dopo mattoncino, questa farsa della vita e prendere tutto quello che c’è nel cassetto così com’è, al fine di capire che cosa mi veniva richiesto.


Mi sono sentita un po’ come Gesù al Calvario, senza voler, ovviamente, togliere nulla al suo Calvario, che ogni colpo benediceva, sapendo che sotto ogni bastonata lo avrebbe spinto sempre più verso la preghiera alla divinità.


Ma attenzione: la preghiera giusta non è roba da fedeli ciechi e paurosi o da ego ipertrofici.
Ogni ambiente, che rappresenta quel mondo di cui siamo custodi, porta con sé una sofferenza, e quella sofferenza chiede solo un piccolo punto d’appoggio — una rotellina, un gancio, una vite, chiamatela come vi pare. E quella vite o quel giro di vite, siamo chiamati a darlo, che ci piaccia o no.


Quando finalmente riusciamo a sentire la mancanza di un intero mondo che ci vessa, racchiusa in una sola, dannata assenza, allora sì, siamo pronti per la preghiera da inviare. I pensieri, diventano “azioni spirituali”.


Ecco il segreto: la preghiera è uno stato da conquistare e non qualcosa che si ottiene con la testa o con la ragione.

La preghiera è l’uscita dai “perché”. È il frutto di una comprensione che va ben oltre il banale mondo visibile, quel mondo che siamo chiamati a custodire e a cui dobbiamo dare voce.


Ma non penserete mica, miei cari, di arrivarci senza aver fatto chiarezza nei vostri pensieri, o senza aver curato il vostro terreno emozionale, o, ancor di più senza aver fatto una chiara e benevola separazione dalla morale che avete servito per decenni o da quelle credenze limitanti che vi hanno fatto sentire al sicuro ma scomodi. Non parliamo, poi, di una certa fedeltà ai problemi che impedisce qualunque rimedio.
Impavidi lettori, lasciate che vi ripeti una cosa: Ho’oponopono mi ha sempre sconvolto la vita, e non nel modo noioso da manuale di crescita personale che trovate nelle solite librerie. No, questa pratica antica sta insegnando (a questa casinista che scrive e, ad alcune sue complici, con le quali si incontra di sovente) a lavorare con gli “organi spirituali” — sì, avete capito bene, quelle parti di noi che non si vedono ma che muovono montagne dentro e fuori.


Ho’oponopono sta mettendo me – e alcune anime insolenti ancora più casiniste della sottoscritta che si sono sedute nel cerchio vitale di Ho’oponopono – in contatto diretto con le “forze aeree” (niente di fantascientifico) ma, piuttosto, quelle energie sottili che, in un certo senso, orbitano intorno noi e che, se ignorate, si mettono di traverso e rovinano tutto il lavoro di manifestazione che proviamo a costruire.


Sapete cosa succede spesso a me e a queste insolenti Ho’oponoponine? Che facciamo una preparazione per manifestare qualcosa di bello, qualcosa di grande, eppure qualcosa va storto, un dettaglio ci sfugge, un piccolo errore che sembra insignificante ma che, vi assicuro, è come una spina nell’ingranaggio.
E quando arriva Ho’oponopono ci mostra velocemente come correggere proprio questi errori; pulendo, perdonando, rimettendo tutto in equilibrio, prima che la vita fiorisca.


Non è un gioco da ragazzini, non è un semplice “pensa positivo e tutto andrà bene”. È una danza profonda con il nostro io invisibile, con quelle parti di noi che spesso evitiamo di guardare. E solo quando impariamo a far pace con loro — con dolcezza, con ironia, senza prendersi troppo sul serio — allora sì che la manifestazione (consapevole) diventa non solo possibile, ma inevitabile.
Quindi, se anche voi avete la sensazione che qualcosa nel vostro progetto non funzioni, o che l’universo stia facendo il furbo, forse è il momento di aprire quel dialogo interno, di pulire quegli angoli nascosti e di cercare la vostra preghiera adatta alla situazione che vi si pone d’avanti.


Ho’oponopono non è magia o potere, è uno stile di vita, è nuovi occhi, è qualcosa che arriva se e solo se siamo pronti — e vi assicuro, ci fa uscire dai dati. Ma vi abbraccia soltanto se siete responsabili al 100%.


Ho’oponopono è attento a ogni bambino che prima o poi si veste con quel mantello che fa piacere a mamma e papà, a quel focolare originario che gli ha dato la vita. Il bisogno di sentirsi appartenere a quel calore è così forte, che a volte, quel bambino, finisce per identificarsi più con la risposta che da, che con chi è davvero.


L’ambiente naturale e sociale che lo avvolge — volto della manifestazione divina, non dimentichiamolo — a volte raggiunge livelli di presenza tali da occupare ogni angolo dei suoi pensieri, finendo per impedirgli di incontrare se stesso.
Quando il bambino è così mentalmente catturato, profondamente immerso negli altri o nel mondo, rischia di reagire come automa, dimenticandosi di cercare la vera risposta dentro il suo essere più profondo. Ci vuole tanto coraggio!
Pensate a quando eravamo piccoli, neonati, mentre cominciavamo a gattonare: era come se spingessimo la terra verso il basso, dicendo al mondo “Eccomi, ci sono anch’io”. E poi, quando ci mettiamo in piedi — sì, esatto — stiamo gridando “Io sono Giulia!”, oppure “Io sono Francesco!”. “Io sono diverso dall’ambiente intorno a me!”.
Ecco, questa è l’individuazione, un processo che non è solo psicologico, ma anche spirituale.


Mettersi in piedi significa compiere quel primo passo verso l’indipendenza, un’uscita dalla simbiosi con il campo di coscienza da cui proveniamo: la madre, la matrice, il campo familiare e sociale, quel flusso di pensieri che corre indisturbato nella nostra mente impedendoci di incontrare chi siamo e cosa possiamo aggiungere all’ambiente.


Ma non possiamo farlo prima di aver raccolto tutto il nutrimento: processo, vi avviso, doloroso.


E ora, cari miei, non scordate che questo cammino non è una passeggiata nel parco, ma neanche una condanna eterna. È piuttosto quel danzare delicato tra la nostra radice più profonda e l’ambiente che ci sfida ogni giorno, un equilibrio da trovare con tenerezza, consapevolezza e, perché no, un pizzico di sana ribellione.
Ho’oponopono ci porta a vivere con occhi nuovi, capaci di guardare con tenerezza ciò che ci fa paura o che ci turba, trasformando la sofferenza in un richiamo all’allineamento profondo con la vita e con la divinità che si esprime in ogni cosa.
Ho’oponopono accompagna il nostro cuore alla preghiera giusta per il mondo di cui siamo attivatori e custodi.
La vostra allegra scompigliatrice vi invia un piccolo uccellino azzurro simbolo della gioia e del consiglio.
Buonissima fine di Gennaio e a presto!

Foto di Tommes Frites: https://www.pexels.com/it-it/foto/cinciarella-vivace-appollaiata-su-un-ramo-in-natura-30418685/