Destino, libero arbitrio e manifestazione
Immaginate, miei cari, una vasca enorme dove nuota un banco di pesciolini. Da questo banco ne prelevate uno. Gli oscurate gli occhi con delle lenti scure, gli impedite ogni orientamento sensoriale e lo riponete, cieco e sordo, di nuovo nella vasca.
Dopo pochi istanti, con una sorprendente precisione, il pesce torna esattamente al suo posto originario nel banco.
Questo esperimento è attribuito al biologo Rupert Sheldrake, nel suo libro “La presenza del passato”, e viene spesso citato come spunto per una delle sue teorie più discusse: i campi morfici.
Sheldrake, nel corso della sua ricerca, ha esplorato l’ipotesi che sistemi viventi e non viventi possano essere influenzati da una sorta di memoria collettiva. Non si tratta di una teoria universalmente accettata, ma di una lettura alternativa dei fenomeni naturali.
E tuttavia, miei cari, vi sono comportamenti che sembrano insinuare il dubbio.
Stormi che si muovono come un’unica mente. Animali che apprendono in tempi sorprendentemente simili pur non avendo alcun contatto. Minerali che cristallizzano in forme ricorrenti, come se seguissero un ordine invisibile. Piante che ripetono schemi di crescita con una coerenza quasi… sospetta.
Coincidenze? Forse. O forse una memoria non scritta.
Secondo questa ipotesi, ogni sistema attingerebbe a schemi già esistenti, come se il reale non fosse mai del tutto nuovo, ma piuttosto una raffinata ripetizione.
Ora, provate a spostarvi dal regno naturale a quello umano.
Se vi perdeste in una folla, privati improvvisamente dei vostri sensi, riuscireste davvero a orientarvi? Probabilmente no. Eppure, anche questa incapacità non direbbe tutto su di voi, ma soltanto sul vostro adattamento al contesto.
E se foste stati ciechi dalla nascita? Allora avreste sviluppato altri sistemi, altre forme di orientamento. Nulla è fisso, ma tutto si organizza. Sicuramente riuscireste a farlo!
Ed è qui, miei cari, che il banco dei pesci diventa improvvisamente umano.
Perché anche nella società, nella famiglia, nelle relazioni, sembra esistere un misterioso ritorno di posizione. Cambiano i contesti, cambiano i volti, eppure qualcosa tende a ripetersi.
Non per tutti, naturalmente. Ma abbastanza da far sospettare che il libero arbitrio, così come lo si immagina, non sia così assoluto.
Persino il più razionale dei lettori, almeno una volta, ha percepito quella sottile sensazione: “non sto scegliendo soltanto io”.
E così il tema si allarga, inevitabilmente, verso ciò che chiamiamo destino.
La mitologia, con la sua eleganza crudele, ci avverte da sempre: non sfidare il destino!
Ma come conciliare questo con il nostro ostinato desiderio di libertà?
Forse, miei cari, la risposta non è nel destino in sé, ma nello schema interno che ci attraversa.
Dentro ogni essere umano sembra agire una polarità antica: la vittima e il carnefice. Non come ruoli fissi, ma come movimenti della coscienza.
Ci identifichiamo con l’uno o con l’altro, spesso senza accorgercene, e nel tempo queste dinamiche si intrecciano tra individui, famiglie, generazioni. Così aggrovigliate da rendere quasi impossibile rintracciare un’origine precisa.
E mentre si cerca giustizia, si finisce spesso per moltiplicare lo stesso gioco.
Gentili lettori, vi confido una piccola indiscrezione: temo che alla fine dei giorni non saremo giudicati per la nostra straordinarietà.
Nessuno, nel grande silenzio finale, si vanterà di essere stato “bravamente normale”.
Forse porteremo con noi rimpianti, forse domande non risolte, ma difficilmente applausi rivolti alla nostra compostezza.
Nei miei non del tutto ordinari ventun anni di vita a Bologna, ho avuto modo di osservare ciò che disturba la normalità. Figure capaci di ispirare, turbare, talvolta smontare certezze ben ordinate.
Ed è proprio qui che il mio racconto si chiarisce.
Questo blog non parla di consolazione. Parla di osservazione del sé nascosto.
Molti si avvicinano a questi temi per alleviare un dolore, per trovare quiete. E non vi è nulla di più umano.
Ma vi è anche un’altra soglia, meno confortevole: quella in cui non si cerca più sollievo, ma comprensione dei propri meccanismi interiori.
Si parla spesso di manifestazione, con toni magici o semplificati. Ma, miei cari, se proprio vogliamo restare lucidi, non vi è nulla di magico.
Vi è piuttosto un processo continuo, automatico, che opera attraverso ciò che pensiamo, sentiamo e ripetiamo.
Non è la luna a tradirvi, né il mondo a complottare contro di voi. E nemmeno qualche entità esterna a scrivere la vostra trama.
È molto più discreto, e proprio per questo più potente: la vostra identificazione con ciò che accade dentro di voi.
Ogni emozione reiterata diventa struttura. Ogni pensiero difeso diventa forma. E ogni forma, prima o poi, si manifesta come esperienza.
Non perché attragga, ma perché organizza.
E ciò che chiamate “vita” è spesso il risultato finale di una lunga coerenza interna, costruita nel tempo, silenziosamente.
Così come una gravidanza non mostra subito il suo esito, anche la coscienza attraversa fasi invisibili prima di diventare evento.
Ecco perché, se davvero si desidera comprendere questo processo, il primo passo non è controllare il mondo. È osservare il proprio campo interno.
Ma su questo, miei cari, torneremo con dovuta attenzione.
Per ora, vi basti sapere questo: voi state già manifestando.
Con o senza consenso.
Con o senza consapevolezza.
Con o senza ritorno.
La vostra allegra scompigliatrice vi saluta e vi ricorda che è sempre disponibile online per Costellazioni Familiari Individuali, Costellazioni Familiari Fluttuanti, Ho’oponopono, filosofia Huna e tecniche di libertà da emozioni dolorose e credenze limitanti e riprogrammazione del subconscio.