statistiche web
Skip to main content
Erika Schifone Photography

Fino in fondo

Miei adorati lettori,

mentre settembre conduce voi e la vostra allegra scompigliatrice verso la mitezza dell’autunno che avanza, non si strappa del tutto il piacere di un’estate ormai matura, distesa e finalmente lontana da quella che è la parte più piena dell’estate, quella giovane, sfrenata e incontinente, ormai — lo dico con un po’ di sollievo — fortunatamente passata.

Quella stagione, l’estate piena — che, ahimè, mai ho davvero amato — soprattutto per quell’ansia da prestazione di festa, come di chi si avvicina a un buffet convinto che possa, nel cibo, trovare quella felicità finale che azzera ogni fame.

Ho sempre odiato, fin da piccola, quelle feste “non comandate” come Capodanno, Ferragosto e i compleanni e, nonostante ogni volta io mi prometta di sottrarmi a questi castighi, la vita non smette mai di rovinarmi letteralmente le feste.

Non vi nascondo che, anche quest’anno, all’interno di una bellissima estate — come non la vivevo da un sacco di tempo — è stato un orribile Ferragosto: un incubo che nemmeno Dario Argento avrebbe potuto architettare nel migliore dei suoi horror.

Ma, superato l’incubo e sola con i miei rimproveri, devo accettare ancora una volta che, senza dubbio, nonostante anch’io abbia dentro di me un esercito e un paio di bestie selvatiche adatte a qualunque masseria di contadini da vanga — e mi riferisco alle qualità morali, ovviamente, e non sociali: vengo da una famiglia di contadini! — ho senza dubbio un lato quasi aristocratico, da aperitivo del martedì pomeriggio, o al massimo del giovedì.

L’ideale sarebbe la domenica mattina dopo messa, verso le undici e mezza: sicuramente un cocktail a due o, alle diciotto, forse un tavolo da cinque o sei persone, oppure un salotto intimo e cordiale — di un’ora e mezza di chiacchiere al massimo — e poi a casa a fare un po’ di pilates, rinfrescandosi le idee politiche commentando qualche notizia di attualità prima di dormire.

E mentre, dopo la delusione, mi ridico che le condizioni etiche assolute alla mia presenza devono quasi essere tiranniche, pena il prendermi a schiaffi al mattino dopo, io lo so, lo so sempre, che fatte le regole, trovato il cavillo.

Ma prima di arrivare al cavillo, vi confido che sono un po’ stanca di questi tempi sfidanti e competitivi, dove si cammina tra i furbi e si uccide prima di essere uccisi.

E, presa dallo sconforto di certi comportamenti odierni così comunemente “normali”, dove lo stupido è quello ingenuo, finite le feste, mi sono promessa di raccogliere quella profonda differenza tra chi costruisce una strada con gli altri e chi invece no.

E, quindi, mi sono concessa il diritto di ascoltare la mia rabbia, di prendermi in braccio e di dirmi: “hai ragione”. Mi sono data una pacchetta e mi sono detta: “comunque vai”.

Finiti i piantini, amica delle acque profonde, come un pesciolino nell’oceano che apparentemente nuota vicino a tutti, ma che può richiamare al bisogno la sua corrente personale, mi sono — non solo simbolicamente — ritrovata su una bellissima barca.

Eppure, in quella zona di comfort di cui non tutti gli esseri umani godono — uno spazio piccolo come una barca — ci si sente protetti; ma allo stesso tempo il mare e la barca non possono essere un luogo di vita. Perché anche lì arriva il rimprovero segreto che giunge dalla spiaggia — o da quel porto dove da tempo cerchiamo di approdare —: “sei scappata”.

Ed è lì che incontro il cavillo: a volte si vive senza mai andare fino in fondo.

Ma se andare fino in fondo fosse soltanto il fare, senza dubbio molti di noi rimarrebbero una delusione per sé stessi e per le persone che amano. Se la soluzione fosse il fare e il saper fare, allora Dio ci avrebbe fatti e immagine e somiglianza di un manuale delle istruzioni!

Il fatto è che, per alcuni, ancora e per fortuna, andare fino in fondo significa intimità e non fare punti. Ma questa è una voce che nessuno contempla veramente. E intimità è una parola straordinaria, perché la sua mancanza è come voler piangere o ridere fino in fondo con qualcuno e non riuscire mai a farlo.

E basterebbe soltanto osservare un albero che cresce o un bambino che piange per capire quanto è importante lasciarsi andare senza resistenze.

Eppure, là nella barca, dove la vicinanza è imperante e gli spazi diventano troppo piccoli e gli orizzonti troppo grandi, nasce un filo che conduce i naviganti: la straripante necessità di sentirsi intimi, di esserlo, di percepirlo ma, allo stesso tempo, la profonda paura di farlo, di morire nel noi.

E proprio quando questo, nell’animo di ogni traghettatore, prende più spazio, la pressione scappa dal nucleo e assume forme comuni, legate al quotidiano, al fare, alle abilità e al rispetto degli spazi personali e comuni.

Ma, nonostante le belle parole e i buoni propositi, l’aria che si annusa è quella di una necessità profonda di ognuno di non riuscire a sfociare veramente nell’altro. Quindi qualcuno si butta in acqua, qualcuno torna a riva e qualcuno balla leggero dicendosi: “ci penserò domani”.

E in questi movimenti interrotti del cuore, dove la sensazione è di non arrivare mai fino in fondo, resta una domanda sospesa nell’aria: e se quella parte istintiva e pulsionale che abbiamo lasciato a terra o ignorato non fosse affatto pericolosa, ma l’unica vera guida verso ciò che ancora non osiamo vivere? Oppure, chissà, non è altro che un inganno delicato, un invito seducente a giocare con il rischio senza mai afferrarlo davvero… E allora, miei cari, chi ha il coraggio di scoprirlo?

Augurandomi che i vostri eserciti interiori e i vostri animali selvatici possano trovare uno spazio adatto nel vostro castello, la vostra allegra scompigliatrice, Monia Dell’Aquila.

Erika Schifone photography