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Il bambino divino e la danza dell’invidia

Miei adorati lettori,

ah, gli elefanti nella stanza… Quegli ospiti ingombranti che, incredibilmente, restano invisibili per anni, se non per un’intera vita. Sentimenti così pesanti da nascondere sotto il tappeto, eppure così potenti da dettare legge fra marito e moglie, tra fratello e sorella, tra madri e figlie, tra padri e figli, fra uomini e donne — insomma, nei luoghi più sacri del nostro teatro familiare.

Vi siete mai chiesti come sia possibile convivere con emozioni così difficili da accettare e da nascondere?

Questi sentimenti, miei cari, non sono semplici pensieri da scacciare con un colpo di ventaglio. No, sono spruzzi di vernice gettati da un artista un po’ pazzo su una tela che chiamiamo realtà. Colorano ogni angolo, proiettano ombre che modellano destini, e spesso decidono tutto.

Ora, in questo incrocio bizzarro tra antiche filosofie e scienze futuristiche, la saggezza di un tempo lontano ci sussurra ancora all’orecchio: prima di puntare il dito verso la pagliuzza nell’occhio altrui, fateci caso alla trave gigantesca nel vostro.

Eppure noi, con la nostra caparbietà tutta umana, continuiamo a sfidare l’universo, a cercare di liberarci da Dio con teorie cosmiche che neanche i più raffinati scienziati hanno ancora osato provare.

Ora, senza ulteriori indugi, vi confesso: il tema che emerge e che pulsa nel campo familiare degli ultimi tempi, è proprio l’invidia. Quello sproporzionato spettro che nessuno ammette di avere ma che tutti sentono.

Ma prima, una parentesi doverosa.

Bert Hellinger, sì proprio lui, l’uomo dietro le Costellazioni Familiari, non è il mago che molti credono. Nessun lampo di genio isolato, ma un lento cammino di scoperte collettive, nascosto tra i corridoi silenziosi della psicoterapia.

Io stessa, con la mia curiosità da gatto davanti a una porta socchiusa, ho trovato tracce di questo lavoro già negli anni Sessanta, quando un prete iniziava a chiamare per nome quelle stesse dinamiche invisibili costellando i fedeli.

Prima ancora che la parola “campo morfico” diventasse di moda, qualcuno già sentiva il richiamo invisibile che lega le anime di una famiglia.

Hellinger non voleva essere un guru, e con rara umiltà ammetteva: “Ho scoperto alcuni ordini, ma voi ne scoprirete altri.”

E sua moglie Sophie fu ancora più chiara: “Che nessuno si definisca più secondo il metodo Hellinger.”

Perché, cari miei, nel mondo olistico non si può mettere un sigillo eterno. La ricerca è viva, mutevole, libera.

Quando mi domandate quale metodo uso, io vi rispondo con un sorriso: “Vi accompagno al campo morfico.”

Un luogo misterioso dove l’inconscio individuale e collettivo si mescolano, si parlano, si sussurrano segreti.

Ora, torniamo a quell’elefante che proprio non si vuole spostare.

Donne che guardano con occhi velati di desiderio il potere — economico e sessuale — degli uomini.

Uomini che vorrebbero possedere quella sensibilità e quel fuoco creativo che solo le donne sembrano avere.

Bambini che vogliono essere adulti troppo presto.

Adulti che invidiano la gioia dei bambini.

Genitori che non vogliono la felicità dei figli e viceversa.

Vi riconoscete in uno di questi sguardi?

E voi, che vi credete immuni, vi invito a guardarvi bene: quell’invidia è la dama elegante che si nasconde sotto sorrisi affabili e consigli benevoli.

Questo gioco sottile di potere e sabotaggio invisibile crea blocchi profondi. Tutto si ferma e l’invidia danza.

Eggregore intere composte da anime chiuse nell’ego che non riescono più a sentire il richiamo della divinità.

Eppure esiste un piccolo punto, nascosto e luminoso, dentro ogni sistema: il desiderio comune.

Quel desiderio che come un seme sepolto piange seppellito dalla terra.

Ma ahimè, non lo conoscete. Se lo conosceste, ve ne sareste già occupati.

Ciò che seguite dentro di voi come come “priorità” altro non è che la fedeltà a antichi copioni di vittime e carnefici, tramandati come eredità preziosa e ingombrante, che ci chiama a rifare come è stato fatto. “È stato sempre fatto così”, “Gli uomini sono fatti così”, “Le donne sono fatte così”, “L’amore vero è sacrificio”. Immaginate un bambino che nasce in queste pesantezze! Ma chi vuole i vostri principi e le vostre certezze? Di sicuro non il nuovo, miei adorati lettori.

Quando tutto sembra andare storto, quando il bambino divino — quel piccolo spirito del nuovo, imprevedibile e illogico — si manifesta in pianti, sofferenza e problemi ripetuti, sappiate che è il vostro controllo rigido che lo tiene prigioniero.

Pensate di poter piegare la vita ai vostri programmi, come un genitore sordo ai bisogni del figlio.

Ma la vita, miei cari, non è mai stata così semplice.

Non si tratta di fare o non fare, di dire o tacere. Nessuna delle vostre piccole priorità o convinzioni serve a quel bambino.

È un invito — sottile ma potente — ad ascoltare, anche quando qualcosa si rompe in casa o smette di funzionare.

Le antiche culture lo sapevano bene, lasciandoci manuali spirituali che oggi possiamo solo iniziare a decifrare.

Il feng shui, per esempio, ci insegna che la casa è lo specchio del nostro io.

Quando la casa soffre, anche chi la abita — persone, animali, piante, oggetti — manifesta quel disagio.

E quel “nuovo” chiede sempre di essere accolto, è il bambino spirituale che bussa alla porta del nostro cuore.

Ogni famiglia, ogni coppia, ogni relazione… tutte sono invitate a danzare con il nuovo.

Quel nuovo, quel bambino divino che abita ogni sistema familiare, è lì a sussurrarci con dolce insistenza:

“Mamma, guardami.”

Quando siamo prigionieri delle ombre, quel bambino piange, ci scuote con la sua fragilità. Ma quando entriamo in contatto con il piacere autentico, con la gioia vera, allora ride. E quel riso è contagioso, un invito a liberarci e a gioire insieme.

Dio, miei cari lettori, non vuole altro che concederci il lusso di essere felici.

Vi propongo un piccolo esercizio: oggi, in mezzo ai vostri impegni e alle vostre preoccupazioni, provate a notare quell’ombra sottile di invidia che si aggira nei vostri legami più stretti, senza giudizio.

Poi, rassegnatevi alla sua presenza e cambiate prospettiva. Chiedetevi: io e la mia famiglia, a cosa siamo invitati? Io e i mie figli a cosa dobbiamo essere presenti? E io e mia moglie? E io e i miei fratelli? La vita, dove ci vuole condurre? Non rispondete subito: a rispondere è soltanto il vostro ego. Apritevi e lasciatevi condurre, insieme. Questo è il segreto. Lasciare questo ingombrante ego e scopriete insieme il viaggio. E il bambino divino, ovvero, ciò che nasce, vi guiderà.

Magari scoprirete che dietro il velo di quel sentimento si nasconde un invito alla gioia e all’apertura, che aspetta solo il vostro “sì”.

E ricordate, miei cari: ogni passo verso la luce, anche il più piccolo, è una danza con il nuovo.

Foto di Ketut Subiyanto: https://www.pexels.com/it-it/foto/braccio-donna-casa-carino-4472820/