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Il bambino, l’innocenza, il sacrificio e la buona coscienza

Gentili, miei carissimi lettori,
la vostra allegra scompigliatrice si sta generosamente chiedendo, da un po’ di tempo, quale sia il motivo per cui una donna o un uomo, superati gli anni della baldanzosa gioventù, si debbano trovare nella condizione, talvolta amara, di dover cambiare qualcosa nella propria vita e, di conseguenza, anche nel proprio essere.


Ebbene, miei cari, non si riparte mai da zero, anche se a molti, diciamolo francamente, non dispiacerebbe affatto.


Sarebbe alquanto ingenuo pensare che la vita ci chieda semplicemente di voltare pagina o che le cose cambino senza che noi cambiamo.
Come se bastasse chiudere un capitolo, salutando con la mano, come una principessa o come un principe e presentarsi a un ballo candidi e leggeri come bellissime, soavi, piume che volteggiano nell’aria.


Primo, perché (e immagino che converrete con questa penna che scrive) non si parte da zero nemmeno alla nascita.
E poi perché non esiste una separazione davvero “tranchante” dal passato, né da una situazione, per quanto negativa o dolorosa possa essere.
Esistono, semmai, momenti della vita nei quali diventa necessario recuperare qualcosa in sé prima di poter andare avanti, nel rispetto di una continuità tra il passato e il presente.


Non è questa forse una rivoluzione?


Ecco, miei cari: come ve la immaginate, una rivoluzione?
Come un burocrate annoiato che sbaglia appositamente i dati dei documenti catastali per creare un po’ di scompiglio?
Come un ritardo insolente al rendez-vous con un’amica solo perché vi siete intrattenuti a parlare con lo specchio?
Come un chimico che inverte le boccette delle analisi dei suoi pazienti per divertirsi un po’?
O come quelle donne borghesi, annoiate e compunte che, tradite e svalutate dal loro marito ricco e vecchio, solo per una sera all’anno si concedono una notte danzante con le amiche single più “pericolose”, per poi tornare a casa, guardarsi allo specchio e dirsi:
«Ora sì che posso farmi maltrattare ancora un po’.»


Ah, il sacrificio.


Che nobile parola. E che straordinaria quantità di guai siamo riusciti a combinare in suo nome!
Lo sapete che più manteniamo l’innocenza e più rischiamo di essere sotto la volontà del sacrificio?
«Ma perché?», direte voi. «Da dove trascende questa terribile deduzione?»


Ebbene, miei cari, immaginate che i nostri antichi antenati, ma proprio antichi, in quel periodo in cui non c’erano ancora le religioni monoteiste, pensavano che bastasse accendere una candela alla luna, fare un digiuno, sacrificare un capretto o addirittura uccidere un figlio per ottenere i favori della divinità a cui ci si sarebbe voluti affiliare.

Intere comunità, per secoli, hanno maturato questo tipo di dedizione alle varie divinità.
Il sacrificio è infatti un valore profondamente inculcato nella nostra cultura. E affonda le sue radici proprio in queste antiche forme religiose, nelle quali gli uomini stabilivano con le divinità una sorta di patto: «Io ti offro qualcosa e tu, in cambio, mi concedi la tua protezione, il tuo favore, la tua benevolenza».
Una candela, un’offerta, una promessa.
E poi, in alcune culture e in determinati contesti, si poteva arrivare persino al sacrificio umano.


Ma cosa credete, miei cari? Che quei nostri antenati avessero la stessa coscienza e la stessa esperienza collettiva che abbiamo noi? Molti di voi diranno: «Ma prima era meglio!!! Le religioni monoteiste hanno fatto tanto male e bla, bla…».


Sì, sì, scusate se non vi ascolto, ma questa signora al tasto conosce a memoria questo disco rotto…


Miei cari,vi devo ricordare che il fatto che molti di noi non riescano a interiorizzare il valore delle religioni attuali in modo appropriato e sicuro fa parte di quel tipico atteggiamento, molto diffuso oggi, di quel sapere a metà, un po’ di tutto, per poi sentirsi nel diritto di avere un’importante voce in capitolo. Non è sempre elegante giudicare senza essere davvero padroni di un discorso.


Il “vero” cattolico, il “vero” buddhista, il “vero” musulmano, il “vero” induista, trovo difficile immaginarlo in chi, di un percorso religioso, fa “quel pizzico qua e quel pizzico là”, dove inevitabilmente, tra un vuoto e l’altro, l’idolatria e l’ignoranza s’insinuano.


Ma quello che distingue profondamente un vero mistico da un idolatra è quell’esporsi a un processo di recupero della radice spirituale in sé. Quel desiderio di essere intero.


Perché, mentre l’idolatra offre un dono e lascia fare alla sua divinità compiaciuta, sperando che sia dalla sua parte, il vero mistico contempla un campo comune con gli altri, con la vita terrena, con Dio e, la divinità a cui si rivolge, la cerca in sé e sa che, per farlo, deve superare l’ego e le rigide strutture separative interiori che, invece, l’idolatra mantiene.


Ecco perché un percorso “spirituale” rivolto alla divinità senza lavoro interiore è idolatria e crea soltanto dipendenza e non vera libertà.


La coscienza collettiva si evolve, ma questo non significa che le cattive abitudini scompaiano.
Allo stesso tempo, l’approccio ingenuo e innocente con cui i nostri antichi antenati hanno costruito complessi culti idolatrici, senza responsabilizzarsi come custodi umani del cosmo, appunto, ma chiedendo senza guardarsi dentro, ha lasciato importanti tracce nel nostro modo di amare la vita e di rivolgerci alla divinità.
E voi, miei cari, credete che questa cultura sia scomparsa semplicemente perché abbiamo smesso di mettere qualcuno su un altare?
Temo proprio di no.
Abbiamo soltanto trovato il modo di nascondere questi altari.


Ogni giorno sacrifichiamo il nostro bambino interiore. Ogni giorno combattiamo con la nostra vulnerabilità. Ogni giorno decidiamo quale prezzo siamo disposti a pagare per ottenere qualcos’altro.


Sacrifichiamo una parte di noi per essere amati.
Sacrifichiamo la nostra libertà per sentirci al sicuro.
Sacrifichiamo la verità per non perdere qualcuno.
E, talvolta, miei carissimi lettori, sacrifichiamo persino ciò che siamo per ottenere ciò che crediamo di dover essere.


Una faccenda decisamente poco conveniente, se posso permettermi.
E allora la domanda diventa un’altra, miei cari.
La relazione che avete con la divinità è ancora una relazione idolatrica, fondata sui patti, sulle richieste, sui favori e sui sacrifici?


E se voi spostaste questo atteggiamento nella relazione con gli altri, non sarà forse che anche con loro è così? E gli altri, si aspettano che voi facciate lo stesso con loro?


Attenzione, però: non mi sto riferendo al sano “contratto” del dare e del ricevere, che è alla base del rispetto e della stabilità delle relazioni.
Mi sto riferendo proprio a voi che evitate quel patto chiaro e costruttivo perché siete incastrati in una malsana idea del sacrificio.


Perché, diciamolo: se nelle nostre relazioni ci fosse chiarezza nei ruoli e nel rapporto del dare e del ricevere, ci sarebbe probabilmente anche più ordine e una più realistica considerazione dei bisogni vitali umani. Ci sarebbe più equilibrio in generale, più salute, più lungimiranza.
Invece, proprio perché ci ritroviamo in matrimoni o relazioni dove non si capisce più chi sia la vittima e chi il carnefice, chi dà e chi prende, come si entra in questo matrimonio e come se ne esce, se è il caso, la faccenda si fa assai confusa.


Se guardassimo po’ più dentro di noi e magari aprissimo quello sguardo alla coscienza familiare, ci renderemmo forse conto che l’elefante nella stanza è molto grande. Il sacrificio occupa un posto centrale e dominante.
Talmente grande, miei cari, che forse sarebbe persino inutile che lo spirito insolente che guida questa penna continui a indicarlo: «Guardate! L’elefante è nella stanza!».


È proprio il bambino, nella sua innocenza e purezza, nella sua dipendenza dal sistema a cui appartiene, nella sua mancanza di “potere” rispetto ai suoi genitori o rispetto allo spirito dei suoi antenati, che, in cuor suo, dice:
«Se tu soffri, soffrirò anch’io»
«Se tu hai rinunciato, rinuncerò anch’io»
«Se tu sei infelice, non sarò più felice di te»
«Se tu non puoi, non posso io!»


Egli, fin da piccolo, stringe un patto con il cielo: «Se mamma muore, preferisco che fai morire me! Muoio io al posto suo! Rinuncio io!»

Ed è proprio l’adulto che, anche se cresciuto, continua a conservare quella innocenza e quel senso di purezza davanti alla vita a essere il primo a non volere appropriarsi della sua padronanza spirituale. Si rifiuta di crescere perché crescere significa: tradire. Vuole a tutti i costi, pur stando male, pur morendo, “essere in buona coscienza!”: io sono buono!


Ha paura della padronanza, del potere dell’adulto, la avverte come qualcosa di demoniaco, di occulto. Rinuncia a ogni responsabilità e, quindi, a ogni individuazione. Preferisce la simbiosi, anche se tossica.


Ma non finisce qui…
E se quel sacrificio assumesse il volto dell’abitudine?
Se ci accorgessimo di essere completamente abituati a sacrificare il piacere per la responsabilità, noi stessi per gli altri, gli altri per noi stessi, oppure la gioia per l’impegno? L’amore per il denaro?


Ebbene, a questo punto la vostra allegra scompigliatrice vi inviterebbe a una seria considerazione di alcune premesse della vita.


Perché talvolta ciò che chiamiamo amore o bontà ha semplicemente assunto, nel tempo, le buone maniere del sacrificio.


E questa, miei cari, è una faccenda sulla quale varrebbe davvero la pena indagare, se non avessimo paura di scoprire che, pur essendo tanto puri e buoni, potremmo, semplicemente, stare evitando di essere interi perchè temiamo, facendolo, di non essere più amati.


La vostra allegra scompigliatrice vi aspetta con gli incontri online di Costellazioni familiari individuali, Costellazioni familiari Fluttuanti, percorsi di Ho’oponopono, tecniche di libertà da emozioni dolorose e credenze limitanti.

Foto di Sam Pineda: https://www.pexels.com/it-it/foto/fotografia-in-scala-di-grigi-della-donna-scalza-che-tiene-una-bambola-3104183/