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Il sole interiore

Gentili e cari lettori e lettrici,

pare proprio che l’estate abbia deciso di concedersi il suo momento di massima gloria. Agosto, con il suo sole alto e implacabile, è arrivato al culmine, quasi che persino il cielo avesse deciso di attirare la nostra attenzione. E, a quanto pare, non è un caso.

Un sole sacro, quasi fosse stato collocato con impeccabile precisione sul vertice della piramide di Cheope, ha condotto la vostra allegra scompigliatrice, negli ultimi mesi, a rivolgere lo sguardo verso un altro “sole”, assai più difficile da osservare: quello interiore.

È stato il protagonista silenzioso di molti dei miei esercizi spirituali di questa estate, anche grazie ai laboratori di pittura steineriana che ho avuto il piacere di condividere con la mia collega Mariangela. Porte e portali di cui sarebbe troppo lungo parlare…

Ebbene, miei adorati amici, ma veniamo a quello che la penna alla fine di questa mano vuole dire: pare che dentro di noi ci sia un sole! Peccato che, a volte, dorma!

Noi, nel frattempo, siamo molto occupati a vivere. O almeno così crediamo. Interpretiamo con grande dedizione i nostri copioni, ci affanniamo nei nostri ruoli, ci preoccupiamo, rispondiamo, programmiamo, desideriamo, combattiamo e, quando necessario, ci raccontiamo persino di essere perfettamente consapevoli di tutto ciò.

Eppure, dietro le tende del palcoscenico sul quale ci diamo con tanto ardore, potrebbe esserci uno spazio ancora inesplorato e, proprio lì, in una culla dorata, dormire un sole che non viene interpellato.

Questa immagine mi è arrivata durante uno dei laboratori, attraverso una cosa semplicissima: una pennellata di giallo su un foglio bianco. È stato come se quel piccolo gesto avesse aperto una porta e mi avesse permesso di vedere improvvisamente una specie di sole interiore assente, che dormiva, mentre io ero davo voce alle ombre.

Ma quanto spreco di vita, signori miei, non abitare la propria vita!

Perché possiamo trascorrere intere giornate dormendo senza essere addormentati mentre nutriamo l’energia di contratti che non abbiamo mai sottoscritto.

La nostra attenzione viene catturata dai pensieri, dalle abitudini, dalle preoccupazioni, dalle storie che ci raccontiamo e, soprattutto, dai ruoli che abbiamo imparato così bene da non accorgerci più di interpretarli. Il corpo è qui, nella stanza, mentre una parte di noi è già altrove, impegnata a rivivere ciò che è stato o ad anticipare ciò che ancora non è. Dove siamo? Quale tempo stiamo vivendo? Siamo atterrati nella nostra vita?

Ecco, miei cari, la sofferenza ha almeno un merito: quando non riusciamo più a evitarla, qualche volta ci obbliga a svegliarci. Ci porta davanti a noi stessi e ci chiede quella presenza che, quando tutto fila liscio, riusciamo con grande eleganza a rimandare.

È una presenza simile a quella del sole del mattino, che non deve dimostrare nulla, non deve conquistare niente e non ha bisogno di affrettarsi. Semplicemente sorge e, mentre sale, accarezza le case, scivola sulle finestre, entra nelle stanze e illumina ciò che trova.

Vi confesso che, nel mio lavoro, una delle cose più difficili è proprio accompagnare una persona fino a questo primo punto: esserci e basta.

Quando qualcuno arriva con una sofferenza, infatti, raramente porta soltanto il proprio dolore. Arriva anche con il desiderio di essere visto, compreso e sostenuto; con il bisogno di una risposta, magari di una soluzione veloce, e naturalmente con quella parte di sé che non ama affatto perdere il controllo della situazione.

Vorrebbe capire chi ha torto, trovare la spiegazione giusta, dimostrare le proprie ragioni e, se possibile, uscire dalla vicenda con la rassicurante sensazione di aver finalmente vinto. Non c’è nulla di scandaloso in questo: fa parte del nostro processo di individuazione, del bisogno umano di riconoscere le proprie possibilità, esercitare la volontà e imparare a stare nel mondo. Di fare congetture sulle proprie capacità.

Ma, per fortuna arriva in molti, prima o poi, un momento in cui tutto questo non basta più.

Chi possiede quella che io chiamerei “la fiamma” comincia a desiderare qualcosa di diverso dalla semplice vittoria. Non vuole soltanto capire meglio la propria storia, né diventare più abile nel difendersi dalle circostanze: desidera liberarsi da ciò che continua a ripetersi, anche quando ormai ha imparato a spiegarlo benissimo.

Ed è qui che la faccenda diventa piuttosto scomoda, perché può accadere che il nostro bisogno di vincere sia molto più forte del nostro desiderio di salvarci.

Così possiamo trascorrere anni a cambiare strategie, persone, argomentazioni e perfino percorsi spirituali, pur di non fermarci davvero davanti a ciò che c’è.

Nel mondo dell’olismo, le scorciatoie hanno spesso un prezzo, perché saltare l’esperienza per arrivare rapidamente alla soluzione può darci una certa soddisfazione mentale, ma non necessariamente ci conduce alla liberazione, anzi. L’illusione è la più mimetizzata delle trappole.

Soprattutto quando pensiamo di raggiungere la liberazione, da una certa situazione, liberandocene. Sembra un paradosso, ma è proprio così.

E allora la domanda diventa inevitabile: a che cosa dobbiamo essere presenti?

Ebbene miei carissimi, qui entra in scena un concetto che probabilmente molti di voi conoscono: quello di “complesso”, tanto utilizzato in psicologia. Possiamo pensarlo, molto semplicemente, come un insieme di emozioni, memorie, immagini e associazioni che può condizionare il nostro modo di percepire una situazione e di reagire ad essa.

Ma il mio interesse, in questo articolo, non è fermarmi al complesso.

Perché nell’ottica olistica possiamo porci una domanda ulteriore: non soltanto: «perchè?» (domanda che piace tanto a quelli che difendono la scienza di bassa lega sentendosi superiori) ma anche: « CHI sono dentro questo complesso?».

Ed è qui che il concetto di “egregora” può diventare interessante.

L’egregora, nella tradizione esoterica, rimanda a una forma o a un campo collettivo che viene alimentato dalle idee, dalle emozioni, dalle intenzioni e dai comportamenti di coloro che vi partecipano. Che è vivo e a cui partecipano innumerevoli persone.

E forse, osservata da questa prospettiva, la nostra identificazione con un ruolo comincia a raccontarci una storia più ampia.

Un ruolo può sostenerci se ci sentiamo bene nella dinamica a cui ci chiede di appartenere, ma se un ruolo ci risulta pesante, non nostro e deciso da altri, ebbene, la nostra vita può diventare un inferno.

Interi eserciti interiori sono spesso impegnati – per secoli – in conflitti inimmaginabili che, generazione dopo generazione, catturano un certo numero di persone nella loro orbita.

Contratti decisi prima della nostra nascita, equilibri condivisi dai nostri bisnonni (oramai inapplicabili), fedeltà nascoste, scambi anacronistici, cartine geografiche interiori vecchie di secoli che non possono più dare nessuna direzione, poteri affidati a leader decadenti eticamente e psicologicamente incapaci di guidare una famiglia o una collettività, espiazioni e sacrifici di ogni tipo, nutrono quel dolore impronunciabile che si porta quando si entra in una Costellazione Familiare.

Non portiamo solo “io”, portiamo interi governi da osservare e patti profondi da portare in luce. Atti di sovvertimento che richiedono una presa di posizione giusta e non un sentimento bucolico, per quanto prezioso.

Il tema è scoprire che, forse, talvolta, siamo anche fedelissimi abitanti di questo intero mondo che ci affanna e ci delude.

Ed è proprio per questo che, nella mia visione olistica, il primo movimento non può essere soltanto quello di individuare se stessi, affermare la propria volontà o conquistare la propria posizione nel mondo. C’è una tensione ulteriore, più difficile da spiegare e forse proprio per questo più interessante: quella verso il tutto.

La prima relazione, nel percorso olistico, non è allora soltanto con noi stessi. È con ciò che ci comprende.

Possiamo chiamarlo “dio”, “divinità”, “universo”, “fonte”, “coscienza”, “uno” o semplicemente: tutto. Il nome, in fondo, è già una nostra interpretazione. E non sto parlando di una divinità ridotta alla figura di un padre giusto, di una madre comprensiva o di un figlio miracoloso chiamato a risolvere elegantemente le nostre faccende.

Parlo di qualcosa di più grande, nel quale anche il nostro piccolo io, con le sue ragioni, le sue paure e le sue vittorie, è contenuto.

Forse è proprio qui che comincia il vero lavoro interiore: nel momento in cui smettiamo, almeno per un istante, di voler essere i padroni assoluti della nostra storia e accettiamo la tensione verso qualcosa che non possiamo completamente controllare.

Ed è una tensione che, nelle Costellazioni Familiari, prima o poi si incontra: la tensione verso il sistema più grande, verso ciò che ci precede, ci comprende e continua ad agire attraverso di noi.

Il sole interiore, allora, non sembra avere alcuna intenzione di vincere.

Non ha bisogno di dimostrare di essere più forte delle ombre.

Ha soltanto bisogno di toccare il mondo con i suoi raggi.

E forse, per oggi, può bastare questo: entrare nella stanza della nostra vita, fermarci un momento e accorgerci che siamo già lì.

Il resto, con un po’ di pazienza, potrebbe cominciare ad illuminarsi da sé.

La vostra allegra scompigliatrice vi ricorda che sono disponibile online con le Costellazioni Familiari Individuali, Costellazioni Familiari Fluttuanti, Ho’oponopono e tecniche energetiche di libertà da emozioni dolorose e credenze limitanti. Un caro saluto e buone vacanze, Monia dell’Aquila.