La giostra dei “perchè”
Miei amatissimi lettori,
osservando le tribolazioni umane, non si può che notare un curioso spettacolo: quante — oh quante — anime rimangono intrappolate nella giostra dei “perché”.
Come instancabili criceti su una ruota, la domanda “perché” ci accompagna sempre agli stessi ragionamenti, convinti di avanzare, mentre non facciamo altro che girare intorno alle medesime percezioni e alle stesse, consunte scale di valore, che riducono sempre di più gli orizzonti possibili. Il “perchè” è figlio senza dubbio del secolo scorso.
Eppure — lasciatemelo sussurrare con la mia consueta discrezione — non tutte le domande hanno il potere di condurre al risveglio. Alcune non sono che specchi ingannevoli, altre addirittura veli che coprono la vista. La vera svolta non abita nel “perché” — così logico, così rassicurante.
Il perché, che da una parte ci salva con la sensazione di aver toccato terra, dall’altra ci trascina infatti a ridurre la coscienza a un tribunale, dove vittima, carnefice, giudice e secondini si alternano in una frenetica laboriosità; e noi stessi, insieme agli altri, veniamo continuamente vagliati da quelle stesse leggi che, a volte, ci assolvono, altre volte no.
Chi vive percorrendo il sentiero del perché gira in tondo senza saperlo e si parcheggia in tribunale per tutta la vita… ma può accorgersene, se solo osa fermarsi un istante a osservare.
Vi sorprenderà forse sapere che vi fu un tempo — e non troppo remoto, dopotutto — in cui l’opinione personale era considerata così sconveniente, così misera e imbarazzante, che nemmeno l’ultimo degli stolti avrebbe osato presentarsi al mondo con il solo stendardo dell’“io sono così”.
In quell’epoca tremenda — e, a ben pensarci, crudele, ma non poi così più crudele di questa — si respirava una saggezza che non nasceva dall’ego, bensì da una fonte più antica, capace di guidare l’uomo oltre i capricci e le vanità del momento. Una saggezza che non gridava, non pretendeva, ma che ancora oggi, silenziosa e resiliente, sostiene quelle rare anime che resistono alle lusinghe del materialismo, del razionalismo e di quella logica commerciale che governa le mode e decide persino i sogni e l’amore.
Quando una persona osa mettere in discussione le stesse lenti con cui guarda sé stessa e il mondo, può cominciare davvero qualcosa di affascinante.
Oh, non fraintendetemi: il progresso ha i suoi splendori. Ma ditemi, miei cari, che valore ha mai un mondo in cui tutti parlano, opinano, decretano, e l’unica libertà che sembra restare è quella di contemplare l’avvenenza della vita, salvo poi ritrovarsi inghiottiti da una brama insaziabile di amore, giustizia e felicità? Una fame che non concede tregua e che ci rende come merce al mercato, in attesa che qualcuno o qualcosa finalmente ci scelga per condurci a uno stato di unità e soddisfazione.
Forse — e oso appena suggerirlo — la vera eleganza non sta nel dire la propria, ma nel custodire ciò che nasce da una sapienza più vasta: quella che nessuna borsa valori, nessun mercato e nessun ragionamento cinico e tagliente potrà mai comprare.
Certo, coloro che hanno sempre ragione — o che la cercano con disperazione — paiono così “buoni”. Ma ditemi: non li trovate anche un poco disperati? E voi, miei cari, volete davvero appartenere a questa schiera malinconica?
Ah, qui l’aria si fa frizzante! Le convenzioni vacillano, e persino i più devoti cultori del dubbio rischiano di scoprire… se stessi.
Il destino, del resto, è un astuto maestro: impara a prevedere i vostri ragionamenti e vi serve su un piatto d’argento proprio ciò che vi è “giusto”. Come mamma uccello che imbocca i suoi piccoli con il boccone perfetto.
Ma oltre la giustizia, oltre i perché, esiste una possibilità scomoda e potente: l’essere umano, in fondo, è sempre d’accordo con i demoni che lo attanagliano. È la prima vera forma di umiltà, quella che si rivela soprattutto nei momenti di maggiore sofferenza e che si siede lì, vicino a voi, sperando che la prendiate per varcare la prima soglia della libertà. E proprio lì, quando tentate di fuggire dal dolore rifugiandovi nei vecchi strumenti di controllo e forza che vi hanno salvato da bambini, ecco che questa prospettiva apre una piccola via d’uscita, se voi decidete di prenderla.
So già cosa pensate, miei cari: che l’essere umano, armato di sola empatia e di quell’aura che chiamiamo “umanità”, dovrebbe spontaneamente farsi caritatevole, rinunciare alla cattiveria e porgersi al mondo con amore. Ah, che quadro delizioso!
Eppure — non so voi — ma con chi professava simili ideali io mi sono sempre trovata… malissimo. Fateci caso, e poi mi direte.
Ben vengano, naturalmente, coloro che scelgono la via del sacrificio. Ma a patto che non pretendano dagli altri lo stesso voto di repressione e controllo. Perché — e lo dico con una punta di perfidia — ho visto “buoni” schiacciare senza esitazione gli slanci vitali dei loro prossimi, proprio in nome della loro bontà e del loro senso di giustizia.
E qui, miei adorati lettori, avete materia su cui riflettere. Poiché, come ben sapete, la virtù ostentata è spesso più affilata di un pugnale.
Con la dovuta grazia e un pizzico di malizia, vi assicuro: la prossima volta che la ruota dei perché ricomincerà a girare, potreste scoprirvi abbastanza coraggiosi da scendere.
Con affetto e stima, la vostra allegra scompigliatrice, Monia Dell’Aquila.
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Foto di Maria Ovchinnikova: https://www.pexels.com/it-it/foto/occhiali-da-sole-occhiali-sospeso-appeso-7819288/