La vera morale: il sottile scandalo del non sentire
Gentili lettori,
quale sofisticato pensiero guidi, oggi, la penna alla fine di questa mano – decisa in questo periodo come non mai ad attraversare il fondale marino del regno delle emozioni – nessuno lo sa!
Ebbene si, anche la vostra allegra scompigliatrice che, in quel di Oria, vive “in condizioni quanto mai gradevoli, in una ambiente leggiadro che ricorda l’umido splendore del mattino”1, sta ritrovando uno stile di vita, così ostinatamente velato da piogge, che viene quasi spontaneo chiedersi se non sia il cielo stesso a volerle suggerire un’emozione che le sfugge.
O forse, più sottilmente, a riflettere ciò che sotto di esso, il cuore, chiede.
Si, lo so, che con aria un po’ insofferente, vi domanderete se sia sempre il caso di trovare un significato in tutto!
Ma, miei cari, la vostra allegra amica, con una lente di ingrandimento speciale, sa perfettamente che, talvolta, anche voi, intorno alle tre di notte, vi svegliate allertati da qualcosa che poi, al mattino, vi obbliga a chiedervi che cosa quel fatto volesse significare.
Anche se poi, vi tirate su, facendo ciò che, comunque, c’è da fare e…
dimenticando ogni turbamento.
Non borbottate come vecchie e pigre pentole di fagioli sul fuoco!
Vedete, il meteo di questo periodo mi fa pensare che il cielo e la terra comunicano in continuazione e, in questa loro chiacchierata, colei che qui vi turba con le sue parole, col naso all’insù, si domanda cosa avranno mai da dirsi, quei due brontoloni, che, appunto, in quel di questa terra pugliese, cianciano da mesi e mesi?
Ebbene, miei cari lettori e amici, qui si tratta delle emozioni e, in particolare, della tristezza!
La tristezza, questo tanto giudicato sentimento di cui abbiamo disprezzo, come emozione vitale, ci invita a scendere in profondità.
Come sirene dalla coda smeraldina spenta e poco scintillante, senza profondità non entriamo in contatto con il nostro vero io e tendiamo a evitare il sentire, compromettendo la consapevolezza dei nostri bisogni reali, la relazione con le persone vicine e le evoluzioni. E questi tesori sono proprio sul fondale, miei cari.
Ecco, proprio mentre scroscia la pioggia sulla finestra, vi avviso che, pensando al Sud, il tema delle emozioni si fa molto personale.
Infatti, miei cari, mi piace tanto pensare che le emozioni siano di tutti. E che tutti, ma proprio tutti hanno bisogno di emozioni.
Ma, poiché la vostra scrittrice è una donna, e in quanto tale si lascia catturare da aspettative e necessità impellenti – che agli occhi di una logica seria e responsabile possono sembrare anche insensate e superflue – in una parte piccola di questo suo cuore frivolo, si aspetta, in particolare, che le comunità del Sud diano molta, ma molta importanza alle emozioni più di tutti gli altri territori.
Molto di più.
In queste terre – così ricche di storia, di calore, di umanità – si potrebbe pensare che le emozioni siano di casa, che vengano fatte accomodare nel salotto più elegante come le nonne e le zie importanti della famiglia.
Eppure, con una certa sorpresa, questa scrittrice, che non la smette di indagare, guarda con una certa indiscrezione nei cuori dei passanti. E, talvolta, non può non notare una tendenza a relegare queste emozioni in un angolo, come ospiti scomodi di cui si preferisce ignorare la presenza, superflue.
Queste emozioni, mie cari, che si esprimono nei tumulti del viso, nella danza delle mani e delle loro dita, nel modo di sedersi e di vestirsi – ebbene, in queste terre, ogni tanto ci si dimentica anche di loro o, addirittura, le si disprezza.
E, mentre, in altre zone del mondo la vostra amica trova questo fatto tollerabile, qui al Sud, lo trova quasi inaccettabile.
E non soltanto per un fatto di salute psichica e mentale, ma soprattutto per un fatto caratteriale che descrive un popolo.
E non mi riferisco mie cari a quelle emozioni arroganti come la permalosità di chi si sente offeso.
Né allo sdegno della morale altrui.
Nemmeno al giudizio facile che turba gli animi più di quanto lo faccia la propria coscienza.
Mi riferisco, invece, a quel sedersi a un tavolo con le parole che mancano e quelle che non si possono dire.
Al turbamento che può suscitare una debolezza, un dubbio.
Al cedere del calcolo davanti a una passione, un sentimento.
Alla paura di vedere, in se stessi e nell’altro, il dolore o l’insicurezza. Che peccato!!!
A volte, quando un luogo smette di respirare le proprie emozioni, è naturale che esse si condensino, come nuvole cariche, pronte a riversarsi senza più controllo.
E come direbbe qualcuno: “tutti quei momenti… andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia” (dal film Blade Runner).
Nella visione olistica, e in particolare negli antichi I Ching, famiglia e comunità non sono mai realmente separate: ciò che accade nelle famiglie si riflette, con una precisione quasi imbarazzante, nella collettività, nella politica, nell’economia. E, quando, una famiglia si irrigidisce, è solo questione di tempo prima che anche il sistema più ampio mostri i suoi segni di cedimento.
Un sistema che rifiuta di rinnovarsi, che evita il passaggio attraverso le emozioni e ignora i bisogni emergenti, diventa prevedibile. E dove tutto è prevedibile, la vita – inevitabilmente – si ritira.
Et voilà, ecco pronta sul piatto la depressione, il vuoto, la mancanza di gioia, di entusiasmo.
A pagarne per primi il prezzo sono sempre i più sensibili: i bambini, gli animali, le piante. E talvolta anche le case e le aziende, che sembrano assorbire, con una discrezione quasi scandalosa, il clima emotivo di chi le abita.
I bambini, in particolare, possiedono un talento raro: percepiscono ciò che gli adulti preferirebbero non vedere. E lo restituiscono, con sorprendente onestà, nei loro disegni.
Guardate i disegni dei vostri bambini: evocano un paesaggio nettuniano? Fondali marini? Fiumi? Laghi? Onde lente? Pioggia? Pesci lontani o nascosti? Figure che vivono nell’acqua?
La tristezza, contrariamente a quanto si ama credere, non è un difetto da correggere, ma una soglia da attraversare. È l’emozione che, con una certa insistenza, invita a scendere in profondità. I bambini, intuitivamente lo sanno perfettamente.
Rifiutare la tristezza significa restare in superficie. E la superficie, si sa, è un luogo impeccabile: ordinato, rassicurante… e profondamente sterile. Lì, qualcosa, in verità, alla fine, non torna…e col tempo, si spezza.
Le emozioni, al contrario, hanno la fastidiosa abitudine di rendere tutto vivo. Creano legami, accendono incontri, rendono le relazioni imprevedibili e, per questo, autentiche. Sono il tessuto invisibile che impedisce al mondo di ridursi a una mera struttura fatta di calcoli, di pensieri sterili.
Avere paura delle emozioni significa avere paura della vita.
Ma dunque, miei cari, questa pioggia che arriva dappertutto, che porta qualcosa dall’alto, che ci invita a seguirla nei suoi rigoli ci porterà fiorellini e orizzonti verdeggianti o smottamenti e straripamenti?
Nulla può rimanere fermo e disconnesso per molto tempo: la tristezza ci invita ad accogliere quel bisogno vitale profondo che ci porta a dare vita alle case e ai suoi abitanti.
Nessuna educazione può avere successo senza l’educazione alle emozioni e alle relazioni.
Perché nessun territorio, per quanto ricco o ben organizzato, può dirsi davvero vivo se le sue persone hanno smesso di riconoscere, accogliere e condividere ciò che provano.
Con affetto, e con un certo, ineludibile richiamo alla profondità, mi tuffo in questa pioggia come una sirena con la coda moooolto lunga.
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1Richard Wilhelm, I CHING, il libro dei mutamenti, Adelphi Edizioni, Milano, 1991, p.136
Foto di Polina Tankilevitch: https://www.pexels.com/it-it/foto/nuotare-subacqueo-malinconia-concettuale-5581705/