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Le memorie, le resistenze e il punto di libertà

Miei adorati lettori,

Settembre, con la sua aria di pace e di fresco, ha già riportato tutti — amici, conoscenti e perfino chi da fare ha poco — al ritmo rassicurante della vita sociale e lavorativa.

Tutti tranne me, naturalmente. Io quest’anno non ho né uno studio da sorvegliare, né una pausa pranzo da rubare, né un calendario da osservare.

Ebbene sì, ho deciso di compiere, per la terza volta, inclusa la mia nascita, un salto nel vuoto. Una specialità tutta mia, un’abitudine così eccentrica da far pensare che io abbia un abbonamento personale con l’incertezza.

Non crediate però che i miei voli siano sempre stati degni di applausi. Oh no, spesso mi sono schiantata a terra, riportando ferite che, ahimè, lasciano ancora le loro tracce.

Eppure, la mia testarda necessità di perfezionare quest’arte continua imperterrita, come una dama che non smette di ballare anche dopo aver perso entrambe le scarpe e i fermagli per capelli.

Perché ci si butta, vi chiederete? Forse per scoprire se, dall’altra parte, qualcuno ci aspetta. Forse per strappare a Dio una prova della sua esistenza. O forse — ed è l’ipotesi più probabile — per misurare i nostri limiti con l’entusiasmo incosciente di un giocatore incallito. In ogni caso, è un gesto che definire insolente sarebbe un vezzo.

Vedete, quando ci si accorge di non riconoscersi nella propria vita — o di riconoscersi solo a metà, il che è persino peggio — si genera inevitabilmente un trambusto.

Non tutti, è chiaro, hanno il bisogno di ascoltare quella voce insofferente che sussurra contro le rotte prestabilite o i ruoli ricevuti senza averli chiesti.

Ma chi lo fa diventa subito una minaccia: per se stesso, per gli altri e, peggio ancora, per i guardiani dell’ordine sociale.

Eppure, una volta che la frittata è fatta (e vi assicuro, cari miei, le uova non mancano mai), ci si accorge che quell’insolenza, tanto scandalosa, nutre più del pane noi stessi e anche chi ci ha giudicato per questo.

Così capita che, caduti rovinosamente tra le sterpaglie di un precipizio, ci si rialzi con il volto impolverato e lo sguardo sbalordito, solo per scoprire che non si era soli: un altro impavido o altri impavidi viaggiatori, sono precipitati insieme a noi.

Qualcuno per fedeltà, qualcuno per fatalità. Poco importa. Ciò che conta è che, nel gesto audace e sconsiderato, la rotta comune degli eventi è stata irrimediabilmente deviata. Si diventa “carnefici” anche così: mettendo un piede in avanti.

E questo, miei cari, è il paradosso più affascinante: quel gesto quasi suicidario, che semina cadaveri metaforici e anime ferite, diventa sempre — sempre! — la pietra fondante di una nuova vita. E per rendersene conto, serve soltanto l’unica moneta che non si può comprare: il tempo.

Ah, ma non illudetevi, miei cari: certe verità non si comprendono immediatamente. E soprattutto non sono mai gratuite.

Tutto, ma proprio tutto, in questo mondo ha un prezzo. Perfino le tasse, che già ai tempi di Cesare davano fastidio a chiunque. Ricordate quel celebre passo del vangelo, Marco 12:17? I farisei e gli erodiani, zelanti custodi dell’ordine e delle Leggi, preservatori del conformismo, provarono a incastrare Gesù con una domanda degna di un notaio malintenzionato: «Dobbiamo pagarle queste cavolo di tasse?» (ovviamente questa è la mia libera interpretazione della loro insinuazione!).

«Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?» rispose Gesù.

La risposta: «Di Cesare».

Tradotto: restituite al potere terreno ciò che gli appartiene, e non mescolatelo con ciò che appartiene a Dio. Qui Gesù non soffre di nessuna illusione, di nessun sentimentalismo. Solo ordine puro.

Ora, quando si osa “mettere mano a un’impresa” — come sussurra il saggio oracolo cinese I Ching — è bene non dimenticare due dettagli che, trascurati, possono trasformare un eroe in un disastroso improvvisatore ( PS. mettere mano a un’impresa significa sovvertire i campi di coscienza che dominano l’esistenza e crearne uno nuovo).

Primo: ogni sistema vivente, sia esso minerale, vegetale, animale o umano (sì, perfino il cugino che russa dopo pranzo), possiede forze che tendono a preservarlo. Non pensiate, dunque, di manomettere la coscienza senza risvegliare queste sentinelle interiori: le resistenze.

Secondo: tali forze sono come contadini pazienti. Lavorano la terra in pace, contenti del necessario. Ma — e qui sta il punto — basta un allarme, e quegli stessi contadini mollano l’aratro per imbracciare le armi.

Come recita l’oracolo: «Ogni contadino diventa soldato quando il pericolo incombe, e ritorna al suo aratro quando la guerra è finita»1.

Che lezione squisitamente crudele, vero? La pace è soltanto l’intervallo educato tra una battaglia e l’altra.

Ebbene, miei adorati, se si vuole davvero orchestrare un colpo di stato al campo di coscienza che ci condiziona, due condizioni si impongono con crudele chiarezza: la prima è sporcarsi di fango fino all’ultimo capello e mi riferisco all’accogliere ogni emozione e ogni elemento che emerge durante e dopo la Costellazione, la seconda è restare presenti, presenti fino all’ultimo battito, a ciò che si sta facendo. Cioè viversi tutto il copione ma ricordarsi l’intenzione iniziale.

Quando durante un gruppo di lavoro, si piange come un bambino abusato o ci si accascia al suolo senza forze, mai andare via con le memorie.

Ma, rimanere presenti a ciò che si è deciso di fare. Mettere e considerare uno spazio tra noi e quello che ci sta catturando e, in quello spazio, rimanere aperti, cercare e implorare una soluzione. Perché se vi smarrite nel copione, perdete l’unica cosa che conta: il punto di libertà, quel desiderio vivo che appartiene all’oggi e a nient’altro.

Il passato, lo sappiamo, è un seduttore abile: basta un attimo per caderci dentro. Ma il presente, ahimè, è un amante esigente: chiede la precedenza.

Allora, domandatevi: «Dove voglio andare? Perché ho messo mano a questa impresa?»

Prendiamo un esempio spinoso e reale che molte di voi mi pongono: la maternità. “Non riesco ad avere figli”, mi dite. Bene. Apro la costellazione, e si scoperchia il vaso di Pandora: emergono i legami con mia madre, le sofferenze delle donne di famiglia, gli aborti, la mia relazione con il corpo, persino qualche eco di vite passate. Vi sembra una passeggiata al parco? Certamente no. Eppure, anche lì, tra l’impedimento e l’ostacolo, scintilla sempre un punto di libertà.

E mentre mi nascondo dal nemico e annaspo sott’acqua come un soldato in Vietnam che respira con una sottilissima canna di bambù, la domanda ritorna, implacabile: «Perché ho messo mano a questa impresa?».

Vi rispondo citando una poesia: “Sempre devi avere in mente Itaca”.

Eccola la vostra poesia:

“Quando ti metterai in viaggio per Itaca

devi augurarti che la strada sia lunga,

fertile in avventure e in esperienze.

I Lestrigoni e i Ciclopi

o la furia di Nettuno non temere,

non sarà questo il genere di incontri

se il pensiero resta alto e un sentimento

fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.

In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,

né nell’irato Poseidone incapperai

se non li porti dentro

se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.

Che i mattini d’estate siano tanti

quando nei porti – finalmente e con che gioia –

toccherai terra tu per la prima volta:

negli empori fenici indugia e acquista

madreperle coralli ebano e ambre

tutta merce fina, anche profumi

penetranti d’ogni sorta;

più profumi inebrianti che puoi,

va in molte città egizie

impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca –

raggiungerla sia il pensiero costante.

Soprattutto, non affrettare il viaggio;

fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio

metta piede sull’isola, tu, ricco

dei tesori accumulati per strada

senza aspettarti ricchezze da Itaca.

Itaca ti ha dato il bel viaggio,

senza di lei mai ti saresti messo

in viaggio: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.

Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso

già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.”

 Costantino Kavafis

1Wilhelm Richard, I CHING, Adelphi Edizioni, Milano, 1991, p. 81, 82.