“Lo stretto necessario”
Gentili lettori,
é noto a tutti coloro che sanno osservare (e non solo guardare) che le giornate in Puglia scorrono con la grazia di una dama in passeggiata: veloci, sì, ma sempre pronte a regalare emozioni nostalgiche e allo stesso tempo taglienti, tra una città di mare e la campagna dei piccoli paesi dell’entroterra.
La sottoscritta, con somma gioia, si sta concedendo il privilegio raro — e dunque prezioso — di vivere momenti semplici e autentici, in compagnia di anime generose e luminose, che non hanno nulla da invidiare ai personaggi di un film di Sorrentino o di Bertolucci per intensità e poeticità.
Nonostante tutto, una preoccupazione rimane: quella di non cadere vittima dei vortici sterili del “fare per fare” — un morbo moderno che molti scambiano per virtù, ma che altro non è se non l’anticamera del nulla travestita da produttività.
I tempi in cui le tendenze e le aspettative sociali attecchivano sulle mie insicurezze, come edera su un muro incerto, sono — fortunatamente — tramontati.
Oggi, invece, procedo con passo danzante lungo la mia passeggiata esistenziale. Un cammino in cui, proprio come la curiosa Alice nel paese delle meraviglie, a volte mi sento spropositatamente grande, altre minuscolamente piccola.
Inseguo anch’io il mio Bianconiglio, che si cela nei recessi del subconscio e si manifesta nella vita di tutti i giorni e che, come qualsiasi animale selvatico, non può non sottrarmi al rischio della natura impervia che, per noi esseri umani, oggi, sono i non sensi della vita. Giungo, quindi, nella foresta sapendo che non so se arriverò a sera, se troverò da mangiare e se non rimarrò vittima di qualche predatore.
Ma poi, come Winny The Pooh, torno al mio albero e trovo per fortuna la mia rete di supporto, il mio miele e la tenerezza.
Non ho smesso quindi di espormi io stessa ai miei incontri di supervisione, con i riferimenti che ho scelto per me. Continuo a concedermi il lusso di “sottopormi”a tecniche come le Costellazioni Familiari, la meditazione Vipassana e l’EFT.
Resto in ascolto, vigile. Lo stress e la vacuità — quegli ospiti indesiderati — talvolta bussano alla porta. Ma, come ogni dama beneducata, imparo a riceverli con distacco, lasciandoli andare senza offrir loro il tè.
Il mio ritorno al Sud non è soltanto un cambio di luogo, ma di mentalità nella speranza che l’ambiente intorno mi aiuti: una scelta di vita più armonica, non certo priva di ostacoli, ma libera da quegli imperativi economici che impongono di correre senza sapore né profondità.
Evito con cura l’attaccamento e la fatica vuota, preferendo farmi condurre da quella sottile voce interiore — spesso ignorata dai più — che mi sussurra ogni giorno la via del bene.
Il mio risveglio? All’alba, con l’ascolto di Michael Laitman, rabbino dalla mente brillante e dal cuore insondabile, guida della scuola di Kabbalah Bnei Baruch in Israele.
Ma, ahimè, non è forse proprio quando crediamo di aver trovato il ritmo perfetto che la vita decide di cambiar musica?
Ah, cari lettori…
Talvolta, accade che lo spirito di una donna — ardito, indomabile e dannatamente scomodo — prenda possesso della mia penna. Oggi è uno di quei giorni. Ella mi chiede di scrivere, con la forza di un’ossessione sacra, e io, povera me, non posso che obbedire.
I suoi pensieri sono come carboni ardenti serrati nel mio petto, pronti a diventare inchiostro.
Eppure, lasciatemelo dire: avrei preferito andare al mare, trovare il fidanzato o leggere un romanzo masticando mandorle all’acqua, piuttosto che scrivere queste righe che, ne sono certa, faranno aggrottare più di una fronte delicata.
Si parla, dunque, di dolore, di aiuto e di percorsi spirituali.
Ah, dolce illusione moderna: credere che si possa guarire da soli, solo perché si è abbastanza “forti”, abbastanza “intelligenti”, abbastanza… tutto.
Ma la verità — quella scomoda, che si sussurra solo tra le lenzuola della notte — è che il primo passo per guarire è riconoscere se si è in grado di farlo da soli. E se la risposta è no, allora siate abbastanza coraggiosi da cercare una mano.
Una mano giusta, non una qualunque.
Non si getta la propria anima come un vestito da provare. Non si affida il proprio dolore a qualcuno solo perché “ne parlano bene” o perché si ha bisogno disperato di credere in un altro essere umano.
Troppo spesso vedo persone che cercano un terapeuta, un medico, un maestro spirituale solo per trovare uno specchio che dia loro ragione. Ahimè, tempo e denaro sprecati — e a volte, anche qualcosa di più prezioso: la speranza.
La cura non è nel curante.
La guarigione non sta nel curriculum di chi ci ascolta.
Ho visto clienti adorarmi e mandare da me amici, mariti e cugini con lo zelo di chi ha trovato il Messia. Eppure, quelle persone inviate da chi mi stimava se ne sono andate con un: “anche no, grazie”.
Perché, magari, non ero adatta a loro o perchè, forse, non cercavano un cammino ma una conferma.
Siate come Pollicino, miei cari lettori: cercate le vostre mollichine.
Quelle sparse ovunque, sotto forma di parole di amici o di sconosciuti, di scritte sui muri, di frasi udite alla fermata di un autobus.
Se il vostro cuore è sveglio, l’aiuto lo riconoscerete. Ma se si è come un uccellino nel nido che aspetta, muto, il cibo dalla madre… ahimè, non siete pronti.
Non importa la via: uno psicologo, un medico, la meditazione, lo sport, la preghiera.
Importa il desiderio: volete farcela davvero?
Volete uscire dal buco nero in cui siete caduti?
E se non avete la forza di cambiare, avete almeno quella di accettare?
Se nemmeno quella, lasciatevi travolgere dal dolore — ma parlateci. Fateci amicizia. Ascoltate cosa ha da dirvi. A volte, è proprio lui a sussurrarci la via d’uscita.
E per favore, se cercate parole facili… chiudete pure questo scritto. Qui non si fanno carezze all’anima solo per quietarla.
Le anime non sono tutte uguali.
Ci sono quelle viscerali, istintive, che sembrano nate per la distruzione. Anime che rinunciano alla propria fiamma interiore, che appaiono come problemi, e invece sono portatrici d’ombra: quelle verità scomode che la famiglia, la società e il mondo intero preferirebbero ignorare.
Eppure sono loro, proprio loro, al servizio dell’evoluzione.
Poi ci sono i sentimentali — ah, questi dolci martiri dell’umanità. Vivono per gli altri, si annullano per amore, ma in realtà… fuggono da sé stessi.
La loro missione? Nobile in apparenza, pericolosa nei risultati.
E infine, gli psichici. Forti, mentali, distaccati. Cercano la relazione, ma mantengono l’illusione del controllo.
Ma lasciate che vi sveli un segreto: le leggi spirituali non seguono logiche umane.
Non si apprendono nei libri, nei corsi, nei salotti new age. Si apprendono solo in due luoghi: nella natura… e nel silenzioso, talvolta brutale, abisso del proprio essere.
Oggi va di moda “analizzarsi”.
Ma descriversi non è conoscersi.
E guardarsi con onestà, senza illusioni, è l’atto più spietato e sacro che esista.
Chi si chiude nella propria immagine, nella propria “verità soggettiva”, si ammala. Fa ammalare. Resiste alla vita, alla natura, alla divinità.
E no: essere introspettivi non significa identificarsi con pensieri ed emozioni.
La mente è esclusa dai mondi spirituali. Completamente.
Quello che pensate di essere, quello che sentite di essere… è solo l’abitudine di chi siete stati o di chi prima di voi ha lasciato orme che state seguendo addormentati.
Ogni pensiero, ogni bisogno, ogni desiderio, è figlio della vostra interdipendenza con ciò che vi circonda e ciò che vi ha preceduto.
Credete di essere liberi?
Ah, dolci illusioni.
Non siamo che attori di copioni scritti molte generazioni prima di noi.
Solo chi ha il coraggio di stracciare quelle pagine con la forza della consapevolezza può davvero riscrivere la propria storia.
Ma anche per questo… serve una fame. Una fame di verità che brucia più della paura.
La vostra osservatrice segreta (e sempre un po’ scomoda), Monia Dell’Aquila.