L’ora difficile
Gentili lettori,
vi confesserò un segreto: la mia più grande preoccupazione non è tanto il domani, quanto il presente stesso.
Mi esercito, con grazia e ostinazione, a mantenermi immersa in un costante stato di gratitudine e di presenza all’ora.
Talvolta, quando qualcosa da dentro mi cattura e mi tira via dal presente, mi prendo qualche minuto, mi siedo, chiudo gli occhi, respiro e volgo lo sguardo dentro di me, osservando e cercando di comprendere ogni emozione, ogni pensiero, persino i pugnali che mi hanno trafitto, intravedendo in essi una mano divina, per poi scoprire che, effettivamente, dopo averli accettati, si rivelano essere raffinati messaggeri, recanti suggerimenti di direzione.
“Devi morire!” e, quindi? Ci sono mille modi per essere uccisi. Uccidono la nostra parte bambina bisognosa di vicinanza, o la nostra parte passionale. Uccidono la nostra autostima, la nostra reputazione. La nostra fiducia. Le nostre illusioni. E, chi ha fede lo sa, che dietro quel pugnale, detta alla Sorrentino, c’è sempre, “la mano di Dio”.
Ora, non c’è nulla di agevole nel morire o nel farsi “uccidere” emotivamente o psicologicamente, dagli eventi per mano di qualcuno o di qualcosa, che sia il destino o un malcapitato essere umano che si carica del compito di correggerci — eppure, chiunque abbia varcato i saloni della vera spiritualità sa, che la morte iniziatica, non solo esiste, ma respira silenziosa in ogni percorso interiore. Gli iniziati, addirittura, la perseguono.
La chiamano “morte dell’ego”, altri preferiscono dire “ascesa verso Dio”. Ma ciò che mi chiedo, con un sopracciglio lievemente sollevato, è questo: perché un comune mortale, già affaccendato tra il soddisfare i bisogni più pressanti e le incombenze più necessarie, nel cercare di essere una brava persona o per lo meno, una persona serena, dovrebbe prendersi la briga di ricercare tale padronanza spirituale in vita, quando — con ogni probabilità — la morte stessa gliela consegnerà, inevitabile e definitiva?
Il fatto è che — si dice — questa morte porterebbe alla libertà dalle catene dell’ego e accompagnerebbe la persona a uno stato diverso.
Quale sia questo stato finale meglio non disquisirlo. A proposito di questo, il rabbino Michael Laitman, dice che è meglio non parlare dei conseguimenti spirituali. E io penso che ne abbia ragione veduta da vendere.
In questo blog, dove mi esercito anche a mettere in campo una visione personale — consapevole dei rischi — ma, anche — al femminile — della spiritualità e della cura, non posso fare a meno di notare come gli ordini religiosi ed esoterici del passato e del presente, tanto decantati e regolati da mani maschili, lascino sempre un piccolo grande elemento mancante.
Perché noi donne, diciamolo senza esitazione, abbiamo l’occhio fino per notare ciò che manca. Manca la sostanza, senza ombra di dubbio. E, a parte il fatto che questo ruolo, lo capisco, è estremante irritante per chi ci è vicino, resta una domanda più intima: e quindi, in che direzione si va?
Ebbene, non certo verso una mera formalità. Né verso un’arida moralità senza cuore, né in un ingranaggio di logica, psicologia o antropologia, dove ancora tantissime anime sono parcheggiate.
Quello a cui mi porta la pratica e l’introspezione è che la vita dello spirito è un ballo a cui si accede soltanto morendo — e morendo da vivi. Lo so intuitivamente, ovviamente.
Oh, e quanto sia ardua questa faccenda! Perché soffrire non è morire: e il più delle volte, noi soffriamo, sì, ma non moriamo affatto.
Così, tra meditazioni, preghiere e persino il tentativo di seguire Cristo nel suo calvario fino alla Croce — che viene tradito, umiliato e straziato fisicamente — ci si accorge che la vita terrena finché c’è, permette la ferita, ma non il trapasso.
Essa ci offre la sofferenza, ma trattiene la morte, finché non è l’ora propizia. Ma, di certo, farlo intenzionalmente è quasi impossibile. E non mi riferisco, ovviamente alla morte fisica.
Il fatto è, cari “aspiranti iniziati”, che, in questo gioco crudele e sublime, noi rimaniamo sospesi: vivi, ma sempre sull’orlo di quella morte che — lo sappiamo — dovrebbe aprire a una trasformazione e a una libertà.
E, allora, proprio ieri pomeriggio, ero a camminare con un amico — spirito fidato e voce sempre precisa — tra le campagne pugliesi, tra gli ulivi e le sterpaglie, quando il tardo pomeriggio si accingeva a cedere il passo alla sera.
Ancor più perché, in questa compagnia io ripongo la mia fiducia e la mia stima, le mie orecchie sono sempre aperte allo spirito che accompagna i pensieri del mio amico. Mai le sue osservazioni rimangono inascoltate.
Accade quindi, che la luce, in quell’ora sospesa, diventi un gioco di sfumature: non più pomeriggio, non ancora notte. È stato allora che, il mio compagno di cammino ha osservato come, in quell’istante ambiguo, l’occhio faticasse a mettere a fuoco. “È l’ora che non amo, quella in cui con la vista non riesco a mettere a fuoco”, mi ha detto.
“È l’ora che non amo”.
Ebbene, la sua osservazione si è tramutata in mia immediata comprensione. Perché non è forse così, anche per l’anima, nei suoi passaggi più sottili? Non è la preferenza per il giorno o per la notte a turbarci, l’essere in un regno o in un altro, bensì la difficoltà stessa di mettere a fuoco la soglia tra i due.
Non è questa forse la sofferenza? Né vivi, né morti.
A cosa serve quindi cercare la morte dell’ego se non possiamo realmente farlo, da vivi?
Tornata a casa mi ritrovavo a pensare alla meditazione come all’avere in mano un gomitolo aggrovigliato.
E mi sono chiesta: “ Ma, quando si vuole srotolare, conviene partire da un apice o dal mezzo?”.
Senza dubbio, iniziare dalla fine o dall’inizio significa poter comprendere meglio ciò che si cela nel centro, dove i fili si intrecciano e la trama si fa più intricata.
Ed è così la ricerca della morte dell’ego nella spiritualità: quel punto di inizio o di fine, dopo o prima del quale, tutto si manifesta così com’è.
E così, cari lettori, questa allegra scompigliatrice, in questa ora — la più difficile — dove non è giorno e non è notte, comprende che il tempo del lavoro spirituale, non è più questo regno o quello, ma lo snodo e la raccolta.
Fino alla prossima occasione, miei cari lettori, vi viene richiesta solo tanta pazienza! Nel frattempo, buona raccolta! Monia Dell’Aquila.