Miei cari, anche per essere spirituali bisogna diventare grandi
Miei cari,
ci sono momenti, nel mio lavoro, nei quali assistere ad alcuni passaggi è qualcosa che ancora mi emoziona profondamente.
Vedere una persona che dopo che si è avvicinata alla sua profondità, alle sue ferite, al suo bambino interiore e, soprattutto, alla sua storia, comincia lentamente a sollevare lo sguardo verso il cosmo e a chiedersi: «che cosa possa farne?», per me è uno dei movimenti più belli della cura.
Non perché il dolore sia scomparso, ma perché davanti a quel dolore comincia ad apparire qualcosa di nuovo: la padronanza spirituale.
Ed è forse questa la parte del mio lavoro che amo di più.
Non sapere al posto dell’altro, non salvarlo, non convincerlo, ma essere presente in quel preciso istante nel quale qualcosa che sembrava immobile comincia a muoversi.
A volte è una comprensione, altre volte una sensazione nel corpo, una frase, un’immagine, un posto finalmente riconosciuto.
Sono movimenti piccoli, eppure ci sono momenti nei quali si sente distintamente che qualcosa non potrà più essere visto esattamente come prima.
Risveglio? Illuminazione? Coscienza?
Semplicemente tornare a essere “interi”.
Non vi nascondo che mi affeziono profondamente alla libertà e al successo dei miei clienti. Lo voglio, lo desidero.
Ed è una forma d’amore professionale molto particolare, perché non desidera essere indispensabile. Ma, allo stesso tempo, forse arrogantemente, so che certi passaggi possono avvenire soltanto in un certo modo e con un certo tipo di premesse.
Ci sono persone che arrivano da me attraversando un momento difficile e scoprono di essere pronte a guardare ciò che sta accadendo da una prospettiva completamente nuova.
Altre, invece, hanno soprattutto bisogno di essere ascoltate, accolte, accompagnate più a lungo nel proprio dolore.
Altre ancora sentono che qualcosa dovrebbe cambiare, ma non sono ancora disponibili a mettere realmente in discussione la posizione che occupano dentro ciò che stanno vivendo.
Nessuna di queste condizioni è, di per sé, giusta o sbagliata.
Quello che ho imparato, però, è che riconoscerle fa una grande differenza per il rapporto tra me e loro.
Perché non sempre è il momento per intraprendere un percorso lungo e continuativo. E non sempre, soprattutto, abbiamo bisogno dello stesso tipo di aiuto.
L’ascolto, la parola e la condivisione possono avere un valore importante.
Tuttavia, il lavoro che propongo non coincide con uno spazio destinato esclusivamente allo sfogo, alla consolazione o alla ricerca di conferme.
La padronanza spirituale è accessibile soltanto da chi entra in un altissimo sentimento di responsabilità e chiarezza.
Se ciò di cui una persona sente principalmente il bisogno è essere ascoltata, contenuta e accompagnata con continuità nel proprio dolore, può darsi semplicemente che, in quel momento, abbia bisogno di un tipo di sostegno diverso da quello che io propongo.
I confini del mio lavoro sono tantissimi e necessariamente devo considerarli ogni volta che qualcuno bussa alla mia porta, soprattutto per lui o per lei.
L’operatore olistico fa riferimento a una filosofia con la quale si sono abbracciate tutte quelle visioni che considerano l’essere umano al centro di un tutto.
In questo tutto non esiste un Dio che esclude!
Nella visione olistica, il divino non esclude la materia: la comprende.
Questo Dio e questo tutto includono: bisogni vitali (cibo, sessualità, rifugio, famiglia), bisogni sociali (denaro, onore, potere, conoscenza), bene, male, vita terrena, vita spirituale.
Mi sorprende ancora quando nell’ambito olistico sento disprezzare la vita materiale, il sesso, il denaro, i bisogni in senso largo…
Sia che una persona voglia trascenderli, sia che si avvicini alla dimensione spirituale per ottenere vantaggi senza sforzo, per me è doloroso, ma deontologicamente necessario, chiuderle la porta.
Mi capita ancora di incontrare, anche nell’ambito spirituale e olistico, una visione nella quale l’attenzione viene rivolta quasi esclusivamente alla trasformazione degli altri o del mondo, mentre rimane sullo sfondo l’osservazione di ciò che accade dentro sè stessi.
Come ho scritto nel mio manuale: “La mia terapia olistica. Riconoscere i campi morfici con le Costellazioni Familiari e altre tecniche energetiche”, la figura dell’operatore olistico non coincide con quella dello psicologo, né con quella del guru, né con quella della mamma.
L’operatore olistico è colui che accompagna a riconoscere lo stato in cui si è, passo dopo passo.
Ho sperimentato sulla mia pelle che, nell’ambito della cura, esistono due grandi movimenti, che potremmo simbolicamente chiamare maternage e paternage.
Uso i termini “maternage” e “paternage” non come categorie cliniche, ma come immagini simboliche attraverso le quali descrivere due differenti movimenti della cura: uno maggiormente orientato all’accoglienza e al contenimento, l’altro all’autonomia, alla responsabilità e al movimento verso la realtà.
Poiché siamo esseri complementari e tutto il cosmo vive grazie alla complementarietà, anche l’aiuto ha due binari.
Il primo tipo di cura, il maternage, contiene, accoglie, protegge. È un tipo di crescita che definirei “in ampiezza”, perché la persona ha bisogno di dare spazio a qualcosa di sé, di includere qualcosa che è piccolo, che non è visto, che è escluso, appunto.
In questa fase, abbiamo bisogno di qualcuno che rimanga vicino al nostro dolore, che ci aiuti a sostenerlo e che ci accompagni con continuità mentre attraversiamo qualcosa che, da soli, facciamo ancora fatica a reggere.
Poi, questo qualcosa di piccolo e di escluso deve necessariamente crescere.
Quindi sopraggiunge il secondo tipo di cura, il paternage, un tipo di aiuto che mira all’autonomia, alla responsabilità, alla risoluzione dei problemi, alla crescita “in altezza”.
La crescita “in altezza” è una crescita che ha bisogno di regole, di maturità reale.
Queste sono leggi naturali.
Questo secondo movimento diventa possibile quando il dolore non ha più soltanto bisogno di essere accolto e contenuto, ma può progressivamente diventare qualcosa rispetto al quale la persona è disponibile a prendere posizione, interrogarsi e, quando possibile, compiere un movimento.
Ma soprattutto: maturare.
Questo non significa smettere di riconoscere le responsabilità degli altri o negare ciò che abbiamo subito.
Significa entrare nella pratica spirituale, riconoscendo che quello che ci accade è funzionale al disegno perfetto che la divinità ha per noi e che possiamo dare vita a tutte, ma proprio tutte, le forze che si mettono in campo.
In alcune visioni della spiritualità o della dimensione olistica, la padronanza spirituale sembra riguardare soprattutto il desiderio di “salvare il mondo” o di “cambiarlo”.
Dietro questa posizione apparentemente orientata al bene può nascondersi, talvolta, una contraddizione: desiderare profondamente che il mondo, gli altri o le circostanze cambino senza rivolgere la stessa disponibilità al cambiamento verso se stessi.
Talvolta anche grandi tradizioni spirituali, pratiche contemplative o concetti come quello di “alzare la propria frequenza” possono essere utilizzati come un rifugio.
Ebbene, con questa premessa, il principio spirituale secondo cui siamo co-creatori della realtà viene meno.
Ed è qui che riconosco maggiormente se la persona ha bisogno di maternage o paternage.
Il mio cliente non è necessariamente una persona che sta bene o che ha già risolto i propri conflitti. È, piuttosto, una persona che è pronta a compiere uno sforzo per acquisire nuove possibilità.
Egli non ha bisogno principalmente che qualcuno assorba il suo dolore, gli dia ragione o lo protegga dalla realtà.
Perché c’è un momento della vita in cui continuiamo a combattere contro ciò che è: vogliamo che l’altro comprenda, che cambi, che finalmente ci riconosca; vorremmo che la famiglia fosse stata diversa, che il partner rispondesse alle nostre aspettative, che il mondo ci restituisse ciò che sentiamo di non avere ricevuto, che Dio funzionasse secondo la nostra idea di bene e di giustizia.
Ma soprattutto, ci sono momenti in cui NON VOGLIAMO CAMBIARE o, semplicemente, non siamo pronti.
E anche non essere pronti a cambiare è legittimo. Ci sono momenti della vita nei quali abbiamo semplicemente bisogno di rimanere dove siamo.
Diventa, quindi, importante riconoscerlo, per non chiedere a un percorso trasformativo qualcosa che, in quel momento, non può darci.
L’Operatore Olistico accompagna con le sue tecniche e i suoi saperi di riferimento la persona a riconoscere dove si trova, rispetto a sè stessa, rispetto alla sua famiglia di origine, rispetto al suo partner, rispetto ai suoi figli, rispetto alla comunità e rispetto alla divinità.
Può offrirgli uno spazio nel quale osservare ciò che sta vivendo da una prospettiva più ampia, sistemica, corporea ed energetica.
Può aiutarlo a vedere un movimento, una relazione, una ripetizione, una posizione che fino a quel momento non riusciva a riconoscere.
Può accompagnare la persona a riconoscere qualcosa di nascosto, una coscienza fantasma di cui quella persona non è consapevole.
Poi deve essere capace di fare qualcosa di altrettanto importante: ritirarsi.
Perché lo scopo non è rendere la persona dipendente dall’aiuto, ma restituirla alla propria vita con qualche strumento in più.
Perché è la persona che ha in mano la sua stessa vita.
Questa capacità di rimanere vicini a se stessi e, contemporaneamente, di muoversi verso gli altri e verso la realtà, io la chiamo: maturità.
E nella spiritualità ci vuole tanta, ma… tanta maturità.
Non significa controllare ciò che sentiamo.
Quello che sentiamo nel corpo è il volto del futuro.
La mente è il passato.
Chi con la mente controlla ciò che sente, riceverà una brutta sorpresa.
Sono, ahimè, leggi naturali.
Significa imparare a stare dentro la forza delle nostre emozioni, dei nostri desideri, dei nostri legami e dei nostri conflitti senza consegnare continuamente agli altri la responsabilità di ciò che siamo.
Se, invece, siete arrivati al punto in cui volete svegliare il più possibile tutte le forze latenti presenti in voi e interagire, interi, nella vita, il percorso olistico potrebbe essere per voi una strada avvincente.
I conseguimenti spirituali sono i frutti di uno sforzo che diventa possibile soltanto quando usciamo dall’ego…dall’illusione, dalla visione separata e comprendiamo il mare di forze cosmiche nel quale nuotiamo e con le quali possiamo vivificare le nostre strutture interiori morte.
La vostra allegra scompigliatrice vi saluta con affetto e vi aspetta online con gli incontri di Costellazioni Familiari individuali, con le Costellazioni Familiari fluttuanti, con le tecniche di libertà da emozioni dolorose e credenze limitanti e con Ho’oponopono.
Foto di Sahil Captures: https://www.pexels.com/it-it/foto/uomo-campo-campagna-in-piedi-25474481/