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Quando l’anima smette di fluire

Gentili amici e amiche, clienti, lettori,

spero che vi siate potuti tuffare il più possibile nell’acqua di un fiume, di un mare, di un lago o di una piscina, per concedere al vostro corpo una tregua da questo sole cocente.

Ma c’è un altro tipo di tuffo di cui, oggi, questa penna alla fine di questa mano, vuole raccontare!

Ebbene, il sole, questo nostro padre celeste, non avrà un po’ preso troppo spazio nella nostra estate cocente e forse, troppo luminosa?

Anche il sole, simbolo di vita e di luce, quando occupa in modo persistente le nostre giornate estive, può diventare qualcosa di pericoloso e dannoso.

Osservare e meditare sulla natura è una delle innumerevoli strade per entrare in relazione con lo spirito. Gli antichi maestri taoisti dicevano che noi diventiamo ciò che contempliamo!

Siamo immersi nel cosmo e il cosmo è attraversato da forze potenti, da spirito, da coscienza. Senza la relazione con lo spirito ci priviamo della nostra natura intera, ci ammaliamo, moriamo spiritualmente.

Abbiamo bisogno di tuffarci in queste forze e di fluire nella metamorfosi naturale della vita.

Quando questo non succede, o perché non lo sappiamo fare, o perché siamo pieni di resistenze di ogni tipo, moriamo nell’anima.

E allora, forse, non vedete miei cari, che nella perdita del senso delle cose, nella perdita della capacità di evolvere, nella prevalenza di un pensiero basato sul giudizio, sull’organizzazione materiale, nella costante rigidità generale e nella mancanza d’amore in tutte le sue forme, esiste una relazione compromessa con la divinità, con l’Uno, con lo spirito?

Dobbiamo innanzitutto capire che, se vogliamo questa relazione, essa non ci è data gratuitamente ma dobbiamo cercarla andando oltre le nostre innate resistenze a qualcosa di diverso dal nostro ego e dal nostro vivere la dimensione materiale.

La vostra allegra scompigliatrice non ha potuto e non ha voluto mai cedere all’assorbimento dei dogmi, ma si è fatta volentieri “pettinare” da innumerevoli regole per “crescere in altezza”, dicendolo con una metafora che sarebbe piaciuta a un giardiniere!

Dobbiamo garantirci una serie di condizioni che sicuramente non troviamo spontaneamente, ma che dobbiamo coltivare, cercare in modo intenzionale e, non necessariamente, in modo convenzionale, per vivificare costantemente questa relazione: meditare, scrivere ogni giorno un diario, vivere il più possibile a contatto con la natura e anche pregare.

Se prego senza un’esigenza forte di incontrare lo spirito, se medito senza l’intenzione di fluire oltre le mie resistenze, se osservo la natura ma non la vivo dentro di me, nella mia coscienza, se guardo una Costellazione Familiare ma non le permetto di attraversare le mie rigide strutture interiori, ma mi aspetto che essa cambi quello che c’è fuori di me, ma non me, l’attività spirituale è vuota, come è vuoto tutto quello che si fa meccanicamente.

Questo cammino, verso l’intera nostra natura che è spirituale, è fatto di sovvertimenti, ma soprattutto di comprensione che la situazione materiale è un riflesso di un movimento spirituale innanzitutto. Nessun passo può essere fatto se si è nella rigida convinzione che la condizione in cui si è, è la radice del problema.

Essa ne è soltanto la conseguenza.

Certo miei cari, esiste la lugubre possibilità che l’anima possa morire ma, la tempra che dovete esortare nel vostro carattere e nella vostra abitudine, è quella per cui non deve mai mancare una tensione a quella unità con lo spirito e con il cosmo che è alla base della vita.

Contemplare che un fiore possa sbocciare dopo l’inverno, che la vita s’insinui implacabilmente entro le condizioni più anguste, che anche la bellezza, l’ordine e l’armonia possano manifestarsi con la stessa intensità con cui si manifesta il male, è la tempra inaffondabile di un buon navigatore.

Allo stesso tempo deve essere chiaro dentro ognuno che, quello che inconsapevolmente si manifesta, è il riflesso del proprio mondo interiore, conscio e subconscio.

Può succedere, durante una Costellazione familiare, di rilevare che sto vivendo un disordine o che il mio movimento verso la vita è interrotto. Posso scoprire che non mi sono mai slegato o slegata da alcune fedeltà interiori. E magari vivo tutto questo come in uno stato di impotenza, forse anche per un lungo periodo.

Ma allora, che cosa devo e cosa posso fare mentre mi espongo a un percorso o mentre attraverso un momento di riparazione del mio campo energetico e mi sento nello stallo più totale? Innanzitutto devo considerare che non esiste nulla nel cosmo che non sia duplice e complementare.

Quindi, dentro di me, dovrò affrontare momenti di individuazione, nei quali mi posiziono all’interno di una data situazione, dentro una relazione di coppia, familiare o di lavoro, che si alternano a momenti di ritorno all’altro, o agli altri, con l’intenzione di superare il mio ego.

Questi due movimenti possono alternarsi ma l’uno non può esistere senza l’altro. Infatti, stare troppo a lungo in una posizione di individuazione, dove cioè prendo le mie posizioni e mi sento definito, se da una parte mi protegge, dall’altra mi può portare a staccarmi e a disconnettermi dagli altri, dalla vita. Ecco questo sole cocente: un ego troppo grande!

Vivere, invece, costantemente in uno stato di identificazione con l’ambiente e con gli altri, non rendersi conto dei propri limiti e di quelli degli altri, sacrificarsi” letteralmente per diverse forme di fedeltà al sistema familiare o al passato, potrebbe diventare un passaggio particolarmente pericoloso tra l’essere troppo disponibili e accoglienti, e l’essere complici di di qualcosa di negativo e tossico: troppa acqua!

L’anima non muore quando cambia. Forse comincia a morire quando non le permettiamo più di cambiare.

Ci sono frasi che pronunciamo quasi senza rendercene conto. Frasi semplici, quotidiane, che spesso non sembrano avere nulla di negativo. Anzi, alcune possono persino sembrare complimenti.

«Io sono fatto così», «non cambiare mai», «sei sempre stato così», «sei cambiato!», «una volta eri diverso.»

Le ascoltiamo, le pronunciamo, le riceviamo dagli altri e, lentamente, possono entrare dentro di noi fino a diventare convinzioni profonde.

Il problema non è necessariamente la frase in sé. Il problema nasce quando smettiamo di considerarla una semplice descrizione e cominciamo a viverla come una verità assoluta.

«Io sono fatto così» può diventare «non posso cambiare».

Una persona può essere stata impulsiva per tutta la vita e arrivare a pensare che l’impulsività faccia parte della sua natura.

Può essere stata molto sensibile e avere imparato a considerare quella sensibilità una debolezza perché qualcuno, nel tempo, le ha detto: «Sei troppo sensibile».

Può essere stata testarda e aver finito per identificarsi con quella caratteristica: «Io sono fatto così, sono sempre stato testardo».

E così una caratteristica diventa un’identità.

E quando una caratteristica diventa identità, cominciamo a difenderla.

Non ci chiediamo più se quel comportamento ci appartiene ancora, se ci fa bene, se rappresenta davvero ciò che siamo oggi. Semplicemente pensiamo: «Questo sono io».

Ma siamo davvero soltanto ciò che siamo stati?

Quante volte ci sentiamo dire «Non cambiare mai» e lo interpretiamo come una delle più belle dichiarazioni d’affetto?

Eppure anche questa frase merita di essere osservata.

Non cambiare mai… perché?

Perché la persona che ero ti piaceva?

Perché quella versione di me ti faceva sentire al sicuro?

Perché sapevi come relazionarti con me?

Forse chi ci dice «non cambiare mai» non vuole limitarci consapevolmente. Forse sta semplicemente esprimendo il desiderio di conservare qualcosa che ama. Ma quella frase, se la facciamo nostra, può trasformarsi in una richiesta interiore molto più profonda: rimani come sei, perché così sei riconoscibile.

E allora arriva il cambiamento.

Cominciamo a guardarci dentro. Ci accorgiamo che alcuni comportamenti non ci appartengono più. Cambiano le nostre priorità, le nostre relazioni, il modo in cui amiamo, lavoriamo, comunichiamo. Impariamo a dire dei no che prima non riuscivamo a dire. Lasciamo andare ciò che ci faceva soffrire. Scopriamo parti di noi che non avevamo mai ascoltato.

E qualcuno, prima o poi, può dirci: «Sei cambiato!». E spesso non viene detto con meraviglia. Viene detto come un’accusa, come se il cambiamento fosse qualcosa di cui dovremmo vergognarci, come se essere diversi da ieri significasse essere diventati peggiori.

«Una volta eri diverso», «ti conosciamo, sei sempre stato così», «non ti riconosco più.»

Sono frasi che possono sembrare innocue, ma contengono un messaggio molto potente: la persona che gli altri conoscono dovrebbe continuare a essere la persona che noi siamo. Come se, la nostra evoluzione dovesse fermarsi per non disturbare l’immagine che gli altri hanno di noi. E qui possiamo incontrare una delle più grandi trappole dell’identità: il bisogno di essere riconosciuti.

Perché essere riconosciuti ci fa sentire appartenenti. Ci dà un posto. Ci conferma che siamo qualcuno. Ma cosa accade quando per continuare a essere riconosciuti dobbiamo rinunciare a una parte della nostra trasformazione? Cosa succede quando diventiamo fedeli all’immagine che gli altri hanno di noi, invece che a ciò che dentro di noi sta lentamente nascendo?

Forse è qui che possiamo comprendere anche un’altra frase apparentemente innocente: «Ma perché vuoi cambiare? Stavi bene così». Forse stavo bene così. Forse quella versione di me era necessaria.

Forse mi ha protetto, mi ha aiutato a sopravvivere, mi ha permesso di attraversare momenti che allora non avrei saputo affrontare diversamente.

Ma ciò che una volta mi ha protetto non necessariamente deve accompagnarmi per tutta la vita. Possiamo essere grati a una vecchia parte di noi e, allo stesso tempo, lasciarla andare.

E questo vale anche quando qualcuno ci dice: «Era meglio quando eri…» Era meglio per chi? Per me? Per te? Per l’immagine che avevi di me?

A volte idealizziamo il passato semplicemente perché il passato è conosciuto. Il presente, invece, è ancora in divenire e il futuro non ci offre garanzie. Ma la vita non è una fotografia. La vita è movimento. La natura stessa ci mostra continuamente che nulla rimane uguale. L’acqua cambia forma, il cielo cambia colore, le stagioni si susseguono, il corpo cambia, le cellule cambiano, le relazioni cambiano, noi cambiamo.

E forse proprio qui possiamo osservare il rapporto tra l’ego e l’anima. L’ego ha bisogno di definirsi. Ha bisogno di dire: «Io sono questo» senza limiti, senza bisogni vitali, senza l’altro! Ha bisogno di confini, di certezze, di una forma riconoscibile.

L’anima, invece, sembra avere una natura più simile all’acqua. L’acqua non ha bisogno di difendere una forma. Scorre. Si adatta. Si trasforma. Passa attraverso luoghi diversi senza smettere di essere acqua.

E allora possiamo immaginare un sole che splende continuamente sulla nostra identità. Un sole forte, costante, violento nella sua immobilità, come quello che staimo vivendo in queste ultime estati.

«Io sono fatto così», «io sono sempre stato così», «questo è il mio carattere», «non cambierò mai.»

Un sole che non tramonta mai non lascia spazio alla notte, al silenzio, al mistero. Lo stiamo vedendo con questo caldo cocente di questa estate che il sole, si proprio lui, il centro del nostro sistema solare, il nostro luminare più prezioso, può anche diventare insopportabile. E soprattutto non lascia spazio all’acqua.

E forse anche dentro di noi, quando l’identità diventa troppo rigida, qualcosa comincia ad asciugarsi. Non necessariamente smettiamo di vivere. Continuiamo a fare, produrre, lavorare, parlare, amare, organizzare. Possiamo apparire forti, coerenti, sicuri di noi. Ma dentro può esserci sempre meno spazio per il sentire, per l’ascolto, per il dubbio, per la meraviglia, per la possibilità di essere diversi da come ci siamo sempre raccontati. È come se la vita continuasse, ma il fluire si interrompesse.

E forse una delle domande più profonde che possiamo farci è proprio questa: sto vivendo ciò che sono, oppure sto difendendo ciò che credo di essere?

Hellinger diceva che: crescere è tradire!

La vostra allegra scompigliatrice è nuovamente disponibile online per le Costellazioni Familiari individuali, Costellazioni Familiari fluttuanti, Ho’oponopono, tecniche di libertà da emozioni dolorose e vi abbraccia nella speranza di superare questo sole ostinato per fluire nell’autunno con voi. Monia dell’Aquila.

Foto: pexels-ravinder-ravi-108844465-28855616-scaled.jpg