Tutto è un fiore
Gentili lettori,
sedendomi a questo foglio mi trovo sempre divisa: da una parte vorrei donarvi strumenti utili al vostro percorso spirituale (con me o senza di me), dall’altra mi scopro irresistibilmente tentata dal raccontarvi i piccoli fatti importanti del mio quotidiano.
Diciamocelo: lo sviluppo del carattere è un affare delicato, molto più dello sviluppo delle abilità.
Sinceramente, a 45 anni, mi rendo conto che non ho mai investito troppa energia nel diventare madre o moglie: ero troppo occupata ad accettare e a capire il ruolo di figlia e, soprattutto, quello sociale.
Sono felice per come sono andate le cose, perché i ruoli senza elaborazione emotiva e senza coinvolgimento non hanno una buona riuscita, come anche, le emozioni senza ruolo diventano, come direbbe Özpetek, delle vere e proprie “mine vaganti”.
E, a proposito di mine vaganti, ecco che arriva lui, l’ospite non invitato ma sempre puntuale: l’amore.
Non si limita a bussare: entra, spinge, ribalta i cuscini e ti tormenta come un bambino che chiede continuamente attenzioni…e, tutto questo per una donna, diventa voglia improvvisa di sentirsi bella e di accarezzare il mondo intero con un gesto gentile.
Questo agitatore di tumulti, quando credi di aver trovato pace, eccolo presentarsi travestito da specchio, pronto a rivelarti contraddizioni e ferite con la delicatezza di un controllore dell’ATM. Senza dubbio è un pettine perfetto che incontra il più piccolo nodo.
Ed è proprio in quei momenti, in cui sei scompigliata e non ti pettini, che spunta fuori uno dei protagonisti di questo scritto: Cupido.
Un cherubino minuto, con ali che avrebbero bisogno di una stirata, a cui, follemente, affidiamo incarichi da ministro degli esteri.
Poverino: inciampa nelle sue frecce più di quanto non colpisca i cuori, ma noi, con il nostro lato femminile irrimediabilmente illuso, continuiamo a credergli, convinte che, una sua frecciata, sospenda le responsabilità verso l’altro e verso noi, come un decreto firmato dall’alto che ci deresponsabilizza da ogni buon senso.
E invece no, cari miei. Perché la maturità porta occhiali con lenti molto efficaci, e con quegli occhiali ci mostra Cupido per quello che è: un apprendista pasticcione che prende troppi crediti per risultati piuttosto discutibili.
Ed è qui che entro in scena io: un’allegra scompigliatrice, pronta a raccontarvi, con sorriso e un pizzico di malizia, che l’amore non è la bacchetta magica che vi hanno promesso… ma il teatro più divertente e confuso in cui si possa recitare (e quanto avevo bisogno di quel teatro dopo il freddo Nord!).
Ed eccoci, gentili lettori, al cuore della questione. Perché se Cupido inciampa, la responsabilità — ahimè — ricade su di noi.
Ora, cari lettori, non fraintendetemi: non ho alcuna intenzione di licenziare Cupido. Dopotutto, chi altro saprebbe regalarci certi turbamenti che ci tengono vivi più di un caffè doppio?
Ma, quando le sue frecce finiscono in giro — e vi assicuro, ne ho trovate conficcate nei luoghi più improbabili, resta sempre la questione di cosa farne di quel tumulto.
Ed è qui che la faccenda si fa personale. Perché, se l’angioletto ci scombina, sta a noi mettere ordine.
È sul terreno di mio nonno paterno, in questa casa dove mia madre mi ha partorito, tra gli uccelli che cantano all’alba e i cugini che vanno a lavorare presto, che ho pensato che l’amore da solo non basta a reggere una vita. Serve anche la capacità di osservarsi, di ritrovare dentro quello che fuori sembra andare in mille pezzi.
Così la meditazione diventa il mio “ministero degli interni”, mentre Cupido continua a recitare la parte del “ministro degli esteri” con risultati catastrofici.
Ed è in questo equilibrio, tra caos e silenzio, tra illusione e responsabilità, che comincia il vero lavoro: quello di riportare le frecce al loro posto, dentro di noi.
E qui, sopraggiunge la maestrina che è in me! Uno dei principi teorici del mio approccio metafisico è tanto semplice da sembrare quasi spietato: come fuori, così dentro.
Vale a dire che la realtà che osserviamo non è altro che il riflesso di quello che ci abita, con il conseguente seguito schiacciante: assumersi la responsabilità al cento per cento.
Un compito poco glamour, me ne rendo conto, ma infinitamente più efficace che dare tutto in mano a un cherubino distratto.
Essere responsabili significa guardare ogni inciampo, ogni dolore e perfino ogni vergogna e umiliazione, come la cartina di tornasole di un movimento interno. Non c’è da scappare: se il fuori si aggroviglia, c’è un dentro che si è fatto nodo.
Eppure — ed ecco il colpo di scena — c’è sempre quella parte di noi che preferisce l’irresistibile voglia di cadere nel copione psicologico.
La vittima che sospira. L’eroina tragica che combatte guerre interiori degne di Beautiful. Il carnefice che ha in mano tutto, il bene e il male.
Quella lotta che ci trascina giù, nei tormenti e nelle recriminazioni, fino a convincerci che la colpa sia sempre del destino, di un lui, di una lei, o del tempo atmosferico.
Confesso, anch’io mi sono lasciata trasportare più volte da questo copione, come un’attrice un po’ troppo convinta di dover interpretare Medea al posto di una commedia leggera.
Ma la verità è che la lotta non libera, anzi. Ci rende spettatori intrappolati nella nostra stessa sceneggiatura, quando invece potremmo essere — ebbene sì — registi.
Ed è qui che il gioco diventa interessante: osservare il fuori per comprendere il dentro, riconoscere i tormenti ma non affogare in essi, prendersi la scena senza diventare ostaggi del copione.
E, quindi, da una parte ho vissuto, ma dall’altra, mi sono buttata a capofitto nella meditazione.
Essendo sempre stata una purista nella ricerca dei miei strumenti e delle mie fonti, questa volta mi sono trovata di fronte a un cambiamento che, in questo periodo, sta occupando un posto importante. Non più la meditazione Vipassana — semplice, severa, senza fronzoli — ma una pratica più aperta ai messaggi del subconscio, alle immagini che nascono dal profondo.
Ed è così che, un giorno, mi è apparso un castello. Ma non un castello qualsiasi: un luogo vivo e autonomo dal mio intervento, fatto di personaggi estremamente chiari, con una vita interna fatta di attese e movimenti. Dinamiche semplici e allo stesso tempo strutturatissime, che mi stanno accompagnando in un percorso che mi incuriosisce tantissimo sulle forze che guidano la mia vita.
Tuttavia, non è del castello che voglio parlarvi, ma di una seconda esperienza di questa meditazione, diciamo “immaginativa”.
Quello che sto per raccontare riguarda sia le donne sia gli uomini, perché chi si occupa di anima sa bene che, dentro ognuno di noi, convivono tre regni principali: quello maschile, quello femminile e quello del bambino.
Mentre nella vita fuori, un uomo mi accompagnava alle mie ferite tra un sorriso e una bugia, quando ero sola meditavo. E, scendendo nel cuore della sfera femminile, in una casa sotterranea vuota, semibuia e triste, ho incontrato Estia, la dea del focolare.
Ed è stato sorprendente: mentre Cupido, all’esterno, mi attirava nel caos più totale — senza che la lucidità o la razionalità potessero fare da freno — Estia, nella meditazione, mi tirava a sé, nel suo dolore, piangendo e chiedendomi attenzioni. E io mi chiedevo come due forze così diverse potessero coesistere: da una parte i fumi di Pan, superficiali e caotici, dall’altra il buio e il dolore più profondi che reclamavano cura e serietà.
Poi mi sono accorta di una cosa: Cupido aveva ottenuto il suo copione, certo, ma la mia attenzione profonda era tutta per Estia.
L’oggetto amato, l’atmosfera, l’illusione… tutto altro non era che il mio tentativo di resistere al contatto con la dea del focolare.
Del resto, in 21 anni, non ho fatto altro che occuparmi del mondo fuori, fuggendo dalla mia femminilità antica, dalla cura della casa intesa come cura della vera ricchezza, della felicità che nasce dall’assumersi il proprio ruolo e dal connettersi profondamente con il mondo sapiente che ancora devo imparare a conoscere.
Così, cari lettori, Cupido ha fatto la sua ennesima frittata, ma Estia ora ha tutta la mia attenzione.
E non è forse arrivato il momento di distinguere la sfera intima della vicinanza da ciò che invece il mondo fuori ci chiede?
E così, miei cari lettori, mentre Cupido continua a fare pasticci — inciampando tra le frecce come fosse un tiro al bersaglio improvvisato — io mi sono finalmente seduta accanto a Estia, con una tazza di silenzio caldo tra le mani e la seguo mentre lei felice mi fa vedere com’è bello avere cura della propria intimità interiore attraverso la cura simbolica della casa.
Non c’è dramma, non c’è urlo, solo un invito gentile: occuparsi di sé, del proprio focolare caldo e accogliente, e magari ridere un po’ con lei dei piccoli angioletti pasticcioni che popolano la nostra vita sentimentale.
Dopotutto, chi ha detto che la saggezza non possa avere un sorriso malizioso?
E se il mondo là fuori continua a chiedere prestazioni, doveri e drammi infiniti, ricordate: la vera magia sta nel tornare ogni volta a casa, nel vostro focolare interiore, dove ogni freccia, ogni turbamento e ogni desiderio trovano finalmente il loro posto.
E con questo, cari lettori, vi lascio: la mia allegra scompigliatrice è già pronta per il prossimo pasticcio di Cupido… ma ora, almeno, con Estia al mio fianco, so che riuscirò a raccogliere le frecce senza farle diventare una catastrofe.
Chiamatemi per le Costellazioni familiari online! Vengono benissimo! Anche il TAILE…la vostra allegra scompigliatrice, Monia Dell’Aquila.