Grandi destini cambiati da piccoli e insignificanti particolari
Miei adorati lettori,
qualche notte fa ho sognato un topolino, un esserino tanto carino quanto indesiderato. Una mia amica lo teneva in casa come animale domestico, ma io, per quanto ci provassi, non riuscivo ad accettarlo.
Pochi giorni dopo, sul mio terrazzo ho trovato tracce di un piccolo visitatore davvero reale. I topi, quei malcapitati spesso disprezzati, sono in realtà maestri silenziosi: sanno digerire ciò che la società scarta. Piccoli, piccoli ma tanto forti.
Ecco la riflessione che mi ha attraversato la mente: non sono le grandi cose a cambiare la nostra vita, ma quei piccoli dettagli che spesso ignoriamo.
Guardando bene nella sicura e apparentemente logica quotidianità tanto annoiata di chi desidera viaggiare senza farsi troppe domande, scopro che, a volte, un virus invisibile può stravolgere una vita intera; un sassolino sulla rotaia può far deragliare un treno; un ritardo di pochi minuti può far perdere un’occasione o salvare da un disastro; una telefonata dimenticata può far saltare un lavoro; un incontro casuale può spalancare porte inaspettate.
No, cari miei, non è mai un caso. Se lo pensate, non potete essere conversatori interessanti per la sottoscritta.
Questa allegra scompigliatrice ci crede moltissimo, anzi lo sente che, a volte, sono i minuscoli dettagli a disegnare il nostro destino.
Nel I Ching c’è un oracolo che parla proprio di questo: “La forza domatrice del piccolo” (esagramma n°9) e vi confido che ne ho compreso il significato soltanto in questi giorni, pensando a come un destino può cambiare improvvisamente a causa di piccole disattenzioni, a volte verso qualcosa di bello, a volte verso qualcosa di terribile.
Ci sono cose che ci arrivano addosso come un treno, ci schiacciano e ci investono con tutta la loro potenza e precedenza. Oppure, chiamate incredibili alla felicità che arrivano per apparente, pura casualità. Eppure, se andiamo a guardare l’origine di alcuni di questi fatti terribili o incredibilmente fortunati, il tutto comincia proprio con una disattenzione, una svalutazione, un andare avanti, un non sentire una sensazione o il sentirla, il sentire o il non sentire un sentimento e dire: “Ma si, che sarà mai!” o fermarsi e dire: “No, è importante questo piccolo particolare”. Ma lo capiamo soltanto quando, improvvisamente, il nostro destino cambia.
Anche in amore.
E, a proposito dell’Amore con la A molto maiuscola, ieri pomeriggio, in quel sottile spazio tra ciò che siamo e ciò che potremmo diventare, come costellatrice, ho accompagnato un gruppo di anime coraggiose nel labirinto dell’amore di coppia, un tema che chiedeva insistentemente di essere guardato.
E qui, arriva una verità che molti ignorano: così come la vita ci chiede di essere genitore, figlio, professionista, ci chiede anche di desiderare con tutta l’anima il ruolo di partner. E se, miei cari, questo desiderio non lo attiviamo noi, saranno beghe!
È comune non coltivare il desiderio profondo di diventare un vero compagno o una vera compagna. Magari ci si innamora, ci si sposa, si soffre, ma, in pochissimi, desiderano consapevolmente di essere partner. Si pensa che l’amore debba arrivare.
Il desiderio, signori miei, a proposito di quel topolino, è proprio quel qualcosa di piccolo che nella vita cambia completamente tutto il nostro movimento presente e futuro: come lo sperma nell’utero è un attivatore.
In molti si chiedono: “Lui tornerà?”, “Lei è la donna giusta per me?”.
Ma, questi, sono soltanto segni di dipendenza dal campo di coscienza familiare: attese lunghissime miei cari, dalle quali vi consiglio di uscire immediatamente. Chiedetevi più tosto come mai siete così pieni di resistenze mentre cercate di essere partner, oppure se siete partner per scappare da qualcos’altro che temete come la peste: incontratevi veramente e velocemente.
L’essere spirituale, divino e completo, si esprime in questa dimensione spazio tempo, solo attraverso i ruoli, liberandosi e sciogliendosi da campo familiare subconscio da cui mentalmente ed emotivamente dipende.
Non scappate, restate con me ancora un attimo…
Soltanto se si decide consapevolmente: “voglio diventare compagno o compagna”, “voglio diventare l’uomo di una donna o la donna di un uomo”, comincia un percorso di incontro con se stessi o con il punto in cui si è veramente. Comincia il vero cammino personale, sciolto dal campo di coscienza familiare.
Vi aspettate che vi dica che è tutto qui? Ma no certamente!!! Ecco il vostro vaso di Pandora: appaiono, quindi, tutte le resistenze al ruolo, tutti i disordini interiori: senso di giustizia e ideale — sia che ci si senta vittime o giudici; tutte le emozioni dolorose che legano al destino di un genitore (per esempio la rabbia o lo stato di competizione); le insicurezze (non si riescono ad accettare i propri sentimenti senza l’approvazione materna o dell’ambiente sociale o perché ci sono cose “più importanti”); si è catturati da uno stato egocentrico nel bisogno di essere visti o accompagnati a se stessi (l’adultizzazione veloce).
Un piccolo dettaglio che vi sfugge, ancora, forse? Ecco, dunque, presentarsi durante una costellazione familiare, le vittime (amanti nascosti o nascoste del nostro sistema grazie alla cui sofferenza abbiamo avuto dei benefici, persone rifiutate che hanno pagato il prezzo delle decisioni prese dai nostri antenati, o i bambini invisibili abortiti o morti precocemente, come parti di noi ancora nascoste nell’ombra).
Quando le relazioni si inceppano, è perché non siamo allineati con il nostro ruolo: siamo spezzettati. Nel mio libro “La mia terapia olistica” parlo di restitutio ad integrum — la ricomposizione dell’io dopo la frattura. Il cammino spirituale dell’uomo è nella totalità.
Ma torniamo alle nostre sofferenze d’Amore.
Il cuore dell’insoddisfazione in coppia spesso risiede nei legami invisibili con la famiglia d’origine: la rabbia verso un genitore, la fedeltà ai valori dei nonni, l’incapacità di ascoltare il proprio istinto, i propri sentimenti, il proprio piacere. Non siete curiosi di sapere cosa c’è dietro?
E allora, vi chiedo: da quale parte di voi parlate alla persona che amate? Quando siete di fronte a lui o a lei, chi state mostrando? Siete nel ruolo di partner o di bambino non visto? Siete nella paura o nel giudizio? Se pensate che sia finita qui, vi sbagliate di grosso, miei adoratissimi.
Se l’amore non funziona, spesso è anche una questione di attaccamento al nostro ego. Non riusciamo ad accordarci con la trasformazione profonda — la trasmutazione — che l’amore chiede a ciascuno di noi, soprattutto quando siamo innamorati di una persona che pensiamo non essere quella “giusta”. E, invece no. Quella persona è proprio quella che la divinità ci manda perché noi possiamo rigenerarci e tendere attraverso di lei, al nostro ruolo.
Tanto più è forte quell’Amore che ci viene negato, tanto più siamo segretamente invidiosi del potere del nostro amato o amata.
È lì la nostra morte dell’ego, pronta a portare con sé ciò che non ci serve più e a renderci, finalmente coerenti con ciò che la vita ci chiede e ci invita ad essere.
Con quali occhi guardiamo, miei adoratissimi, la persona che amiamo, o con la quale siamo in conflitto (che poi è la stessa cosa)?
Con gli occhi della morale comune? Con quelli del successo o dell’approvazione? Con gli occhi cuciti o aperti? Con gli occhi della mamma? Con gli occhi di come le cose dovrebbero essere? Con le lenti delle credenze familiari? O con quelli del vecchio io che credeva nelle sue decisioni ferme? Quelle che poi, non hanno portato da nessuna parte…
Liberatevi dai, da questi ruoli inutili.
E quando dite: “Non è il momento”… provate a spiegarlo a Dio, che per voi non è il momento.
Miei cari, come sono rumorosi i vostri dubbi: “Piacerà a mia madre?”, “Piacerà a mio padre? “Piacerebbe a mio nonno se fosse ancora vivo?”.
O ancora, sentimenti di rivalsa su cui affondano milioni di relazioni di coppia: “Il mio matrimonio sarà migliore di quello dei miei genitori!”.
Ecco, lì fregati, nei vostri piccoli profondi attaccamenti che determinano tutto il vostro destino e quello della vostre coppia, di cui non vi occupate veramente. Non siete nel vostro potere, amici miei.
Oppure — e qui lo dico senza peli sulla lingua — siete in coppia perché vi serve? Perché è una maschera, una compensazione o un insieme casuale di eventi?
Non scappate, restate con me ancora un attimo…
Ricordate: ogni nostra azione nasce da un piccolo desiderio. È questo il vostro attivatore spirituale, il vostro topolino che viene a mordicchiare le vostre riserve alimentari.
Se guardate dagli occhi della vittima, troverete ingiustizie. Se guardate con quelli del bambino insicuro, bramerete conferme senza mai agire. Se guardate con gli occhi dell’adolescente solo, cercherete per tutta la vita qualcuno che vi scelga, diventando un macigno pesantissimo per ogni anima pia che deciderà di prendervi in braccio, per espiare qualche senso di colpa nascosto lì, da qualche parte, con voi che ci giocate dentro.
In nessuno di questi casi, mie adorate anime figlie dell’amore cosmico, siete nella padronanza del vostro ruolo, quindi, libere.
Il vero salto? Partire dal proprio sentimento, dal proprio istinto, dal proprio piacere. Desiderare di esserci. Voglio essere partner, voglio essere compagno, voglio essere compagna. E poi, vedete cosa succede.
Questo desiderio è ciò che vi mette in contatto con chi siete davvero, con il vostro posto nel cammino verso il ruolo, verso l’essere.
La via non è scappare dai ruoli, ma bramarli, costruirli, resistenza dopo resistenza, incapacità dopo incapacità. “Non riesco” dopo “Non riesco”, “Non sento” dopo “Non sento”. Sforzarsi, andare verso il ruolo. Uscire dalle resistenze dopo averle, ovviamente, viste.
Perché nessuna parola, gesto o buona intenzione avrà valore se non si è allineati con il ruolo che ci lega agli altri. Qui confluiscono tutti i problemi della comunicazione e del riconoscimento.
“Prendimi come tuo compagno”, dice l’uomo innamorato alla propria donna, e ancora: “Ti prendo come mia compagna”. Idem, lei a lui. E, in questa responsabilità, dove io divento partner grazie a te e tu diventi partner grazie a me, si crea un campo di energia, di cui entrambi siamo responsabili con le nostre azioni, parole, pensieri e omissioni. Qui c’è libertà.
Se, invece, ancora volete essere “liberi”, godetevi il viaggio, sempre che non sia una fuga. Nessuna critica: è un ruolo anche quello, ma fatelo veramente e fino in fondo.
Quando il ruolo non funziona, è perché lo state usando come maschera, non come scelta consapevole.
Essere presenti nel proprio ruolo significa agire con coscienza, in piccoli gesti che costruiscono armonia.
Solo così il ruolo diventa crescita, non una prigione.
E l’amore? Ah, l’amore! Non è solo un sentimento, ma una trasmutazione potente.
L’amore ci obbliga a guardare dove siamo e, soprattutto, dove non siamo ancora. Ci costringe a essere nudi, struccati, scomposti e sbagliati.
Il segreto è lasciare morire quella parte di noi per far nascere una nuova versione, più autentica e completa.
L’amore arriva sempre con un intento salvifico: vuole svegliare ciò che è nascosto dentro, invitarci a manifestare il nuovo che pulsa intorno alle nostre orbite perimetrali.
Non è solo comfort, è trasformazione.
Una vita senza amore di coppia rischia di essere vuota, sterile, priva di quel nutrimento profondo che solo l’incontro autentico può donare.
Vi auguro, con tutto il cuore, un amore fino in fondo o una libertà fino in fondo.
Che sia qualcosa che comunque vi scompigli allegramente, come la penna di questa scrittrice.
Monia Dell’Aquila.